25Giugno2017

70 anni di vita dell'AMCI- 5 luglio 1944-5 luglio 2014

In occasione del 70° di fondazione dell'AMCI, si è riunito il Consiglio Nazionale a Roma e il 5 luglio, alla presenza di Sua Eminenza Reverendissima Card. Fiorenzo Angelini, nella cappella privata delle Suore Benedettine Riparatrici del Santo Volto, Sua Ecc.za Mons. Giuseppe Sciacca ha presieduto la Santa Messa concelebrata da Mons. Andrea Manto.

L’A.M.C.I. compie Settant’anni e la sua storia è anche la mia storia. Non solo perché ne ho trascorsi 38 (dal 1956 al 1994) come Assistente Ecclesiastico Nazionale, ma anche perché sono fortemente legato all’AMCI sin dalle sue origini, da quel luglio del 1944 in cui, in una Roma appena liberata dagli Alleati, con Gedda e altri otto medici e ospedalieri cattolici dell’Azione Cattolica, sentimmo l’esigenza di costruire qualcosa lì dove non c’era più nulla. Il Servo di Dio Padre Ildebrando Gregori – Fondatore delle Suore Benedettine Riparatrici del S. Volto di Gesù, da sempre vicine a me e all’AMCI – ci mise a disposizione i primi locali divenuta sede per tanti anni, e partimmo da zero. Eppure che entusiasmo, che forza missionaria ci spingeva; le tre finalità poste a fondamento dell’atto costitutivo dell’Associazione sono ancora oggi di un’attualità sorprendente: 1. Coltivare la formazione religiosa e culturale dei suoi membri o soci, e di prestarsi fraterna assistenza; 2. diffondere tra i colleghi lo spirito informatore della loro vocazione, avvicinandoli alla pratica e alla cultura cristiana; 3. influire attraverso le rappresentanze professionali per un degno esercizio dell’arte medica e per una legislazione consona alla tradizione cristiana della nazione.
Dieci anni fa, in occasione del Sessantesimo dalla fondazione, scrissi anche che nei tempi complessi e difficili che stiamo attraversando, è necessario che le nostre celebrazioni siano anche occasioni per una seria, articolata ed efficace riflessione sulla storia dell’AMCI e ancor più sugli scopi della nostra Associazione, che ha finalità anche trascendenti. Lo penso anche oggi. Per questo vorrei per prima cosa riprendere le parole che Papa Francesco ha detto durante l’udienza ai medici cattolici il 20 settembre 2013: “Nell’essere umano fragile ciascuno di noi è invitato a riconoscere il Volto del Signore, che nella sua carne umana ha sperimentato l’indifferenza e la solitudine a cui spesso condanniamo i più poveri, sia nei Paesi in via di sviluppo, sia nelle società benestanti”.
Riprendo questa frase in cui io ritrovo l’essenzialità degli scopi dell’AMCI, la sua missione e la possibilità del suo rifiorire. Perché le istituzioni umane sono come ogni forma di vita: nascono da un seme, da un nucleo vitale nel quale si racchiude tutto il progetto destinato a svilupparsi. Ogni manipolazione operata sul seme iniziale può comprometterne in maniera irreparabile lo sviluppo, mentre uno sviluppo che rispetti tutte le potenzialità del seme non può che approdare alla sua migliore crescita e al suo più promettente sviluppo. Anche che il futuro dell’AMCI, l’abbiamo ripetuto più volte, dipenderà dalla capacità dei responsabili e dei soci di rispettare, di ricuperare e di adeguare nell’attività dell’Associazione la vitalità delle sue radici e della sua storia. Oggi, invece, vorrei che riflettessimo assieme sulla grandezza di questa missione, perché a volte è come se non credessimo più, o non fossimo davvero consapevoli che il medico non solo è la figura presente in ogni società umana, ma che il cristianesimo stesso non esisterebbe senza il medico.
Da sempre, infatti, l’opera missionaria della Chiesa parte dal medico, dalla medicina. Quando un missionario arriva nel luogo più sperduto e lontano della terra per convertire altri cuori a Gesù Cristo, la prima cosa che fa non è allestire l’altare per la messa, ma stendere anche solo un telo a terra su cui porre i medicinali. La medicina, l’atto del curare, sono stati sempre il primo segno di fratellanza tra i popoli, di civilizzazione e di promozione umana. Ma nell’esperienza cristiana e nella storia dell’evangelizzazione il piegarsi del medico sul malato con gratuità, come il buon samaritano, acquista un’importanza che non ha eguali. Il curare soprattutto la povera gente, i miserabili che non hanno niente da dare in cambio è stato sempre il primo atto missionario. Per questo il medico non può che essere missionario.
Questo è il filo d’oro che mi lega alla diocesi di Butembo, nella regione del Kivu, della Repubblica Democratica del Congo. Una storia di amicizia nata molti anni fa con un grande arcivescovo, S. E. Monsignor Emmanuel Kataliko, e, dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2000, continuata con l’attuale vescovo Monsignor Melchisedec Sikuli Paluku. Monsignor Kataliko in una diocesi a 4000 kilometri dalla capitale Kinshasa, in una zona poverissima, senza strade, corrente elettrica e infrastrutture volle costruire una università, con la facoltà di medicina e di agraria. Fui io a presiedere la solenne celebrazione e l’ordinazione Episcopale di S.E. Mons. Melchisedec, che succederà a S. E. Mons. Kataliko nella guida della Diocesi di Butembo-Beni. Mi accompagnarono in quel viaggio, oltre alle mie Suore, anche il Carissimo Prof. Franco Splendori. E fu in quella circostanza, 2 agosto 1998, che scoppiò la guerra. Come pure fui io, su invito dell’Arcivescovo Kataliko a consegnare le prime lauree in medicina dell’Università cattolica del Graben e per anni sostenemmo da Roma quell’opera coraggiosa e lungimirante con finanziamenti, macchinari e medicinali. Poi da quella storia di amicizia e ammirazione per il popolo e la Chiesa africana è nata la Cittadella della Carità, che con le suore riparatrici del Santo Volto abbiamo inaugurato nel 2012: con la sua chiesa, la casa delle religiose, l’ambulatorio medico, la casa per i sacerdoti anziani, l’orfanotrofio, la scuola primaria e la scuola secondaria ed un Centro di accoglienza. Proprio ai bambini e ai ragazzi è riservato un grande spazio in quest’opera che sorge su una collina di Butembo, nella zona di Ngengere. Un’opera in cui le suore, alcuni amici ed io abbiamo impegnato le nostre forze e le nostre povere risorse in questi anni, aiutati sempre dalla provvidenza.
Sono stato lì sei volte e nonostante l’età vorrei tornarci una volta ancora. In ogni viaggio mi hanno accompagnato amici medici cattolici (prof. Filippo Boscia, prof. Antonino Bagnato, dott. Marco Barigelli, dott. Augusto Mosca, dott. Giovanni Ostuni, prof. Franco Montrone, dott.ssa Principia Perrone) che si sono prodigati a visitare e a curare la popolazione. Non è un viaggio semplice e lì la vita è dura, eppure è bello! Non so come comunicarlo a voi con altre parole se non dicendo che è bello! E sarebbe un dono di grazia se qualche nostro medico cattolico sentisse la vocazione di restare lì.
Molti anni fa, prima ancora di iniziare quest’opera a Butembo, durante uno dei miei viaggi in Africa, mi allontanai dal gruppo di amici che era con me, perché fui attirato dal latrare di un cane fuori da una baracca. Eravamo in una zona di montagna immersa nella vegetazione. Sembrava non ci fosse nessuno, invece nella capanna trovai steso a terra un uomo molto malato, accanto a lui c’erano poche medicine che non riusciva neanche più a prendere. Era un missionario irlandese, ed era lì da solo. Non dimenticai mai quell’incontro e la Cittadella della Carità è anche frutto di ciò che promisi al Signore quel giorno.
Dico questo perché l’Associazione, che riunisce una fondamentale categoria professionale, quella medica, non è un club, ma uno strumento di riabilitazione e ricostruzione morale, spirituale, per la finalità originaria di curare la formazione religiosa e culturale dei suoi membri soprattutto nel campo specifico della medicina.
Con la creazione dell’A.M.C.I., il gruppo di medici fondatori intendeva dare vita a una associazione, riconosciuta dalla Chiesa come una associazione professionale di laici, cooptati nell’apostolato: un apostolato veramente universale, perché i medici cattolici sono per definizione fedeli laici che intendono qualificarsi come servitori della vita, ministri della vita. Sempre Papa Francesco ha detto nella sua udienza ai medici cattolici: “noi assistiamo oggi ad una situazione paradossale, che riguarda la professione medica. Da una parte constatiamo – e ringraziamo Dio – i progressi della medicina, grazie al lavoro di scienziati che, con passione e senza risparmio, si dedicano alla ricerca delle nuove cure. Dall’altra, però, riscontriamo anche il pericolo che il medico smarrisca la propria identità di servitore della vita. Il disorientamento culturale ha intaccato anche quello che sembrava un ambito inattaccabile: il vostro, la medicina! Pur essendo per loro natura al servizio della vita, le professioni sanitarie sono indotte a volte a non rispettare la vita stessa.
Non solo “servitori della vita” ma testimoni della fede. Vorrei ricordare quanto santo Giovanni Paolo II, che volle molto bene all’AMCI, affermò nel suo discorso al XV Congresso Mondiale dei Medici Cattolici: “Il vostro è un Congresso di medici cattolici. È una qualifica questa di cattolici che vi impegna a testimoniare con la parola e con l’esempio la fede in una vita che trascende la vita terrena e si colloca in un disegno superiore e divino…. L’esperienza, infatti insegna che l’uomo, bisognoso di assistenza sia preventiva che terapeutica, svela esigenza che vanno oltre la patologia organica in atto. Dal medico egli non si attende soltanto una cura adeguata,…. ma il sostegno di un fratello che sappia partecipargli una visione della vita nella quale trovi senso anche il mistero della sofferenza e della morte”.
Ma è sempre più diffusa nella società di oggi ed anche nel campo dei professionisti cattolici la mentalità che spinge a considerare la fede religiosa, l’adesione al Vangelo e alla dottrina della Chiesa, come qualcosa che appartiene alla sfera privata. Anche se non si vuole nascondere che siamo cristiani e cattolici, si evita attentamente di metterlo in luce di non professare apertamente la fede. Una professione aperta, ovviamente, non significa professione di fede ostentata, invadente, intollerante, chiusa alla comprensione degli altri. Professione aperta vuol dire innanzitutto professione di fede che si rispecchia con fedeltà e rigore nel nostro operato quotidiano; professione di fede che non ci rende latitanti nel momento in cui credere esige che si prendano determinate decisioni che possono comportare un prezzo anche alto in termini di tornaconto personale; professione di fede nel partecipare alle pubbliche manifestazioni religiose e comunione con la propria parrocchia. È necessario sentirsi cristiani specialmente quando si è soli o ci si crede soli.
Come ho già ricordato nelle mie innumerevoli conversazioni con i medici e il personale impegnato nel servizio ai malati, ho sempre ripetuto che il cristiano, nell’esercizio della propria professione, non è chiamato ad essere diverso dagli altri; ma a cercare di essere migliore, testimoniando la coerenza di vita nel lavoro e nei rapporti professionali, sociali ed anche politici. Questo traguardo, come in uno specchio, si riflette in coloro che siamo chiamati ad assistere e a curare. Loro ci offrono quotidianamente la misura del nostro essere o non essere Buoni Samaritani. Forse nessun’altra categoria professionale, come quella del medico, è costretta a confrontarsi in maniera così rigorosa ed inequivocabile. Poiché il termine di riferimento della verifica per noi è Cristo.
Il modello Cristo dimostra che il servizio al quale il medico è chiamato non si esaurisce in una professione, ma attua e deve attuare una vocazione. E questo è tanto più manifesto oggi in cui questo servizio può contare su strumenti sempre più sofisticati e delicati di presenza. In altre parole, l’arte medica non può essere qualificata come un mestiere e guai se si riducesse a questo. E’ la missione del medico, prima e più della sua professionalità, a renderlo fattore di unità e di incontro tra gli uomini.

Card. Fiorenzo Angelini