I MEDICI CATTOLICI ITALIANI CONTESTANO IL MINISTRO DELLA SANITA’ PER VOCE DEL LORO PRESIDENTE PROF. FILIPPO BOSCIA

La legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, più comunemente nota come “legge sull’aborto” è da considerarsi di per sé iniqua, oltre al fatto di essere applicata mediante alcuni inganni. Infatti, mentre viene richiamata già nel titolo, e poi ripresa nell’art. 1, l’importanza del valore sociale della maternità e dell’inderogabile tutela della vita umana fin dal suo inizio, e si puntualizza inoltre la necessità di “evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”, nella sua reale applicazione ha decisamente prevalso quanto stabilisce in merito all’aborto volontario. Si è trattato quindi di un provvedimento ingannevole, così come formulato, che, con la depenalizzazione dell’aborto, in sostanza ha gradualmente portato alla sua accettazione nella mentalità e nel costume come una pratica del tutto ordinaria. 

L’aborto invece deve essere considerato sempre e comunque come un vero e proprio omicidio (all’interno della “congiura contro la vita”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae: “l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”, EV 58). Se da un punto di vista giuridico la condizione di gravidanza può determinare un atteggiamento di compassionevole comprensione nei confronti della donna che decide di ricorrere all’aborto, tale da tradursi in pratica nella non configurabilità della colpa, cosa che ha portato a rinunciare all'uso dello strumento penale, il bambino non ancora nato non è un “essere particolare", ma un essere umano a tutti gli effetti, è “uno di noi”, e come tale deve considerarlo la coscienza morale. Pertanto, per quel che gli concerne, dobbiamo di conseguenza decidere nello stesso modo in cui decideremmo di fronte ad un problema di vita o di morte di una persona già nata. 

Le statistiche ci dicono che il numero totale per anno delle interruzioni di gravidanza in Italia è in progressiva diminuzione (76.328 aborti nel 2018), ma per completezza dell’informazione non va taciuto l’alto numero di pillole contraccettive post-coitali che oggi vengono vendute (546.500 confezioni nel 2018). Questo è l’aborto nascosto, l’aborto farmacologico: da quando è disponibile la “pillola dei cinque giorni dopo” (che con l’eliminazione della prescrizione medica ha visto raddoppiare il consumo, da 123.800 a 229.900), viene messa in pratica, contrariamente a quanto asserito, non una contraccezione d’emergenza ma una vera intercezione post-coitale, cioè viene impedito l’annidamento dell’embrione, nel caso in cui sia avvenuto il concepimento. Pratica questa in diffusione crescente soprattutto tra le minorenni, dopo la liberalizzazione della vendita. Si tratta di cifre impressionanti, non conteggiate nel totale degli aborti, ma che comunque concorrono a far numero.

Secondo Irene Pivetta1, responsabile nazionale giovani del Movimento per la Vita, “Abortire per le ragazze è una scelta di grande solitudine, vissuta in silenzio. Con l’avvento delle pillole dei giorni dopo è pericolosamente cresciuta una sorta di non consapevolezza: davanti a un rischio di gravidanza. Il tempo in cui la ragazza è portata a riflettere è annullato vista la facilità con cui è possibile acquistare le pillole in farmacia, anche senza ricetta. Non c’è nemmeno il tempo di scoprirsi incinta, di dover fissare l’appuntamento per l’aborto, e di potersi aprire a incertezze, a dubbi, a domande. Quella delle pillole è una via che d’uscita che tenta molte ragazze”.

Di fronte ad un uso spregiudicato dell’aborto, manco fosse una qualsiasi pratica contraccettiva, vien da chiedersi: cosa si è fatto in questi quarant’anni per esercitare fattivamente la dichiarata tutela della gravidanza? Davvero poco, per non dire niente! Tante infatti sono state le “omissioni applicative” di quello che detta legge prescriveva, in particolare all’art. 1: “Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite” e all’art 5: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria … hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito … le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”.

Carlo e Maria Casini2 in occasione del quarantennale della legge (2018) ricordavano che: “Quando la legge 194 fu discussa in Parlamento non pochi, che pur la sostenevano, attribuirono ai consultori familiari la funzione esclusiva di aiutare la donna a proseguire la gravidanza, come, del resto, si può ritenere in base ad una corretta interpretazione dell’articolo 2. Purtroppo, però, questo scopo dei consultori è stato largamente stravolto nell’attuazione pratica. Essi vengono concepiti come strumenti di accompagnamento della donna verso l’aborto e quindi, sostanzialmente, come garanzie dell’autodeterminazione. La logica avrebbe dovuto essere opposta: lo Stato non punisce più l’aborto, ma fa tutto il possibile sul piano del consiglio e dell’aiuto affinché la gravidanza prosegua”. 

Infatti nella quotidianità, durante il colloquio obbligatorio - nella realtà molto spesso disatteso - difficilmente vengono ricercate le cause che spingono la donna ad abortire e meno che mai si tenta di trovare soluzioni, in collaborazione con altre agenzie, come ad esempio i servizi sociali, che le possano permettere di portare avanti la gravidanza. Il più delle volte si preferisce la soluzione più semplice: sentita la richiesta, la si asseconda con un rapido rilascio del certificato di accesso all’interruzione di gravidanza, invitando per pura formalità la donna alla pausa di riflessione di sette giorni perché lo possa utilizzare.

Bisogna aggiungere che negli anni, pur quando non c’erano le contingenze stringenti di oggi, si è fatto davvero poco per la promozione e lo sviluppo dei servizi sanitari e sociali, con le notevoli difficoltà che tuttora si incontrano nell’assistenza alla maternità, dal concepimento a dopo il parto, soprattutto garantendo la conservazione del posto di lavoro alla donna che concepisce, e nel sostegno all’infanzia, sopperendo ad esempio alla grande carenza di asili nido. Mentre ancora non si è legiferato, sebbene lo si invochi da più parti e da tempo immemore, per introdurre l’educazione sessuale come materia curricolare nelle scuole dell’obbligo. 

Occorre riconoscere peraltro che la legge 194/78, contiene delle raccomandazioni molto generiche per la tutela della gravidanza, che purtroppo si scontrano con l’attuale, estrema precarietà dell’assistenza socio-economica nazionale. Pertanto i consultori, a loro volta con enormi e ataviche carenze, non possono fare di più che “esaminare con la donna e con il padre del concepito … le possibili soluzioni dei problemi proposti”. Restano di conseguenza le enormi responsabilità dello Stato, delle Regioni e degli enti locali per le citate omissioni applicative.

Eppure, malgrado i risaputi problemi, oggi i consultori vengono coinvolti nella deospedalizzazione dell’aborto farmacologico (20,8% delle interruzioni di gravidanza nel 2018 contro il 17,8% del 2017). E’ noto che, qualche mese addietro, in corso dell’“emergenza coronavirus”, per far fronte a presunte difficoltà attuative della legge 194/78 alcune organizzazioni professionali, appoggiate dalla Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia, hanno chiesto al Ministero della Salute di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti, proponendo le seguenti modifiche: spostare il limite massimo per l’aborto farmacologico dalla 7 alla 9 settimana di gravidanza, eliminare l’obbligo di ricovero in regime ordinario (a partire dalla somministrazione del mifepristone fino al momento dell’espulsione del prodotto del concepimento), autorizzare che tutto il trattamento possa avvenire anche in un ambulatorio ospedaliero o addirittura in un consultorio. Difficile immaginare come ciò possa essere praticamente possibile considerata la non felice situazione in cui versano i consultori. 

Ma la decisione di evitare il ricovero verrà a pesare soprattutto sulla stessa donna, per il cui presunto interesse si è sollecitata tale soluzione. Donna che si troverà ancor di più in una condizione di solitudine con tutti i suoi problemi. Perché a quelli psicologici si potrebbero aggiungere quelli fisici, legati al fatto che l’uso del mifepristone non è esente da rischi e complicanze, alcuni più banali (dolori e crampi addominali, nausea, vomito) altri più seri, a partire dalle non infrequenti metrorragie che richiedono comunque l’ospedalizzazione per lo svuotamento e la successiva revisione uterina a causa di un’espulsione incompleta del prodotto del concepimento (nel 4-7% dei casi) per finire ai riportati casi letali conseguenti a shock settico (da Clostridium sordellii). Motivi per cui l’AIFA (Determinazione n. 1460 del 24 novembre 2009), autorizzando l’immissione in commercio della pillola RU486, aveva giustamente stabilito che «deve essere garantito il ricovero [...] dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetrico-ginecologico»;

E’ indubbio che la diffusione dell’aborto farmacologico risponde alla logica abortista che vuole impedire lo sguardo sul concepito, spostando l’attenzione sulla falsa “non invasività” di tale mezzo abortivo (ma non c’è nulla di più invasivo che uccidere una vita umana!), rendendo l’aborto un fatto banale (basta bere un bicchiere d’acqua) e privato (basta essere nel bagno di casa), salvo poi correre in un pronto soccorso a causa di una emorragia irrefrenabile! L’intento è quello da un lato di risparmiare sui costi assistenziali, in una logica economicista-efficientista-utilitarista che ben si addice ad una sanità sempre più povera e oltremodo distratta da altre più assillanti priorità, e dall’altro di rendere facilmente disponibili farmaci abortivi da poter utilizzare senza problemi a casa propria, a partire dalla vendutissima pillola dei cinque giorni dopo.

Carlo Flamigni3, pur essendosi battuto per la legalizzazione dell’aborto, in occasione del trentennale della legge (2008) affermò: “E’ compito dello Stato portare a compimento una vera campagna antiabortista, eliminando le motivazioni sociali che sono così spesso causa di aborto volontario, facendo promozione di cultura sui temi della pianificazione della famiglia, investendo nella ricerca scientifica sugli anticoncezionali, convincendo i giovani che l’esercizio della libertà sessuale, a proposito del quale non credo che esistano più riserve di sorta, non può essere dissociato da un’assunzione di responsabilità nelle quali ogni persona deve cimentare la propria coscienza. Tutto questo, a mio personale avviso, si chiama prevenzione dell’aborto”.  

In mancanza di questo, contro il dramma dell’aborto la via vincente resta quella dei Centri di Aiuto alla Vita che da oltre 40 anni operano in tutta Italia per dare una mano alle donne che si trovano di fronte ad una gravidanza difficile o non attesa, liberandole dai condizionamenti che le inducono alla decisione di abortire e restituendo loro il coraggio dell’accoglienza della vita con la fiducia e la serenità che ne conseguono. Uno Stato che rinuncia a punire l’aborto non deve rinunciare a difendere il diritto alla vita con altri mezzi di più alto profilo e di maggiore efficacia. In questa prospettiva sarebbe davvero urgente una indispensabile riforma dei consultori pubblici sul modello dei Centri di Aiuto alla Vita - invece di farne dei meri distributori di pillole letali, come stabilito dalle nuove linee guida - affinché siano un’autentica alternativa all’interruzione volontaria della gravidanza, proprio nel rispetto di tutto quel che prescrive la legge 194/78.     

Potrebbe così realizzarsi la possibilità di arrivare un giorno non lontano a una “società senza aborti”, secondo quanto auspicato (22 maggio 2018) da Giuseppe Noia4, che non la considera un’utopia, convinto che, impegnandosi con coraggio e determinazione, ci si possa riuscire: “Dobbiamo e possiamo intervenire sulle cause sociali e culturali, ma innanzi tutto dobbiamo diffondere una più corretta conoscenza medica, a partire da tutto quello che sappiamo sulla relazione fortissima tra madre e figlio fin dal concepimento. Già nel novembre 2000, quindi 18 anni fa, il British Medical Journal, spiegava in un editoriale che dalla relazione biologica tra madre e bambino deriva il benessere futuro della persona. Come ignorare per esempio il fatto che il figlio manda alla madre cellule staminali terapeutiche? Tutte queste conoscenze scientifiche che si vorrebbero silenziare si traducono in una grande perdita di umanità».

Nell’udienza del 28 maggio 2018, in occasione del Primo Congresso della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), Papa Francesco5 ha ricordato: ““La Chiesa è per la vita, e la sua preoccupazione è che nulla sia contro la vita nella realtà di una esistenza concreta, per quanto debole o priva di difese, per quanto non sviluppata o poco avanzata”.

PROF. FILIPPO MARIA BOSCIA

Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

 

NB : IN ALLEGATO IL TESTO ORIGINALE DELLA RELAZIONE DEL PROF. BOSCIA ED UNA DETTAGLIATA BIBLIOGRAFIA COMMENTATA DALLO STESSO PROF. BOSCIA. ED INOLTRE COPIA DI UN ARTICOLO PUBBLICATO DA AVVENIRE SULLO STESSO ARGOMENTO

Tra gli allegati troverete inoltre anche il testo completo e scaricabile di un precedente comunicato,  a firma del nostro presidente Filippo Boscia e della presidente del MpV Marina Casini