22Giugno2018

L'AMCI per i 90 anni del Card. Elio Sgreccia

Il cardinale ELIO SGRECCIA, che è stato anche Vice Assistente Nazionale dell’AMCI, ha compiuto 90 anni il 6 giungo scorso. Siamo quindi lieti, nell’occasione, di fargli pervenire, a nome del Presidente Boscia, dell'Assistente Card. Menichelli e di tutti i nostri dirigenti ed iscritti, i migliori auguri e tutta la nostra riconoscenza per quanto ha fatto, e continua incessantemente a fare, per la Chiesa, per la Bioetica e per noi medici cattolici.

F. B.


Siamo lieti di proporvi qui di seguito la recente intervista al Cardinale Elio Sgreccia del giornalista Luciano Moia e pubblicata alcuni giorni fa su Avvenire ed una breve Biografia (potrete scaricare tutto dagli allegati).

 

La bioetica italiana, «dono» di padre Pio

di Luciano Moia  (Avvenire, mercoledì 6 giugno 2018 )

 

Il cardinale compie 90 anni e ricorda i primi passi della disciplina, il lungo impegno su molteplici fronti, i rapporti con i Papi, da Paolo VI a Francesco

 

Nei 90 anni che il cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della vita, festeggerà sabato, c’è in buona parte la storia della bioetica italiana. Una vicenda complessa, costellata di tanti impegni e di tante battaglie e in cui, un po’ a sorpresa, spunta anche padre Pio.

Eminenza, che ruolo ha avuto padre Pio?

Eh, per comprenderlo dobbiamo fare un passo indietro, fino al 1973. E utile ricordare che io sono stato chiamato alla Facoltà di Medicina “A.Gemelli” della Università Cattolica, appunto nel 1973, non per occuparmi di Bioetica, ma per collaborare nell’ambito della pastorale universitaria. Ci fu un accordo con il mio vescovo Costanzo Micci, che aveva ricevuto la diocesi di Fossombrone, cui appartengo, da poco tempo a seguito della unificazione con la diocesi di Fano.

Chi deciseil suo trasferimento a Roma?

Il professor Giuseppe Lazzati, allora Rettore dell’ Università Cattolica, aveva chiesto al vescovo Filippo Franceschi, già allievo della stessa Cattolica, in quel momento Assistente Generale di Ac, di indicargli un sacerdote non può giovanissimo, sui 40 anni, che potesse guidare l’èquipe pastorale di Roma, ove i sacerdoti giovani avevano fatto corpo con la contestazione . In un’occasione, con un fatto clamoroso, gli studenti avevano impedito al cardinale Angelo Dell’Acqua, vicario di Roma, di entrare nella chiesa della Facoltà sdraiandosi per terra.

Io quindi arrivai a Roma per aiutare il servizio pastorale della Facoltà a orientare i giovani, essendo stati allontanati alcuni dei precedenti assistenti. L’accordo con il mio Vescovo prevedeva una permanenza massima di dieci anni.

Lo stesso Lazzati poi chiese che, oltre al mio servizio pastorale, mi interessassi della rivista “Medicina e Morale” fondata dai Medici cattolici di Torino su richiesta di padre Gemelli come guida della Facoltà. Così mi posi a servizio del professor Angelo Fiori, nuovo direttore della rivista e professore di Medicina legale. Per la mia presenza in “Medicina e Morale” fui poi utilizzato come “osservatore temporaneo” della Santa sede in seno al Consiglio d’ Europa allora nominato a Strasburgo (12 Stati), in un primo momento per la compilazione del volume nelle varie posizioni etiche sui diritti dell’uomo e del medico, ho contribuito alla redazione e pubblicazione del vol. Le mèdecin et les droits de l’homme a cura del Consiglio d’Europa. (Dipartimento per la ricerca) In seguito fui incaricato come “osservatore” della Santa Sede sui temi della etica medica (Comite ad hoc pour l’éthique medicale-Cahbi) per alcuni anni, a seguito della costituzione in Inghilterra del Warnock Commettee da parte della premier Margaret Thatcher. Era un compito difficile: occorreva farsi una preparazione non improvvisata sulle questioni etiche e giuridiche sorte a seguito alla nascita di Louise Brown, la prima bambina d’Inghilterra concepita in provetta.

Ma intorno alla questione si intrecciavano altri temi importanti…

Certo, in quel momento storico c’erano anche due punti molto caldi nel dibattito internazionale. Il primo era rappresentato da quella sorte di grido di allarme lanciato dai cosi detti “profeti catastrofici” della bioetica: Van Rensselaer Potter (Bioethies: the Science of survival; Bioethics bridge to the future), Von Hans Jonas (Das Prinzip Verantwortung Frankfurt a.M. 1979 Tra. It. Il principio di responsabilità un’etica per la civiltà tecnologia. Torino 1990). Secondo questo allarme, una civiltà che si sviluppa sotto la prevalente spinta del progresso tecnologico, porta alla fine dell’umanità. A queste riflessioni si aggiungevano i calcoli della Pontificia Accademia delle Scienze secondo cui il potenziale atomico distruttivo accumulato già si pensava superiore di gran lunga e quanto è sufficiente per la distruzione del genere umano. E’ il problema di dare un’etica al progresso, per evitare la fine dell’umanità.

L’altro fatto importante è che in quegli anni erano iniziate le proposte per una fondazione della bioetica. Da parte mia avevo avuto la fortuna di aver frequentato l’Università di Bologna ove, nella Facoltà di lettere e filosofia, si affermava il pensiero del personalismo di Maritain, Mounier, Gilson, ecc. Mi ero nutrito di una corrente di pensiero, molto attiva nella ricerca sui diritti dell’uomo sia nell’ambito economico che delle scienze sociali. Avevo conosciuto Giuseppe Dossetti a Bologna, che in proposito aveva un suo forte pensiero d’ispirazione cattolica. Da una parte mi sentivo carico di stimoli, d’altro canto mi sembrava insufficiente la mia preparazione in campo medico. Furono i colleghi Fiori e il preside della Facoltà, il Ermanno Manni, a spingermi verso il concorso da ordinario, dopo l’incarico per un insegnamento opzionale, che il Rettore mi aveva dato con un incarico per un corso opzionale di Bioetica e mi aveva spinto a scrivere un “Manuale di Bioetica” per medici e biologi. Per me era difficile affrontare le sedute del Cahbi a Strasburgo all’improvviso e poter dire subito un parere in merito; perciò ne tenevo conto nell’accettare il concorso.

Quale ragione la convinse poi ad accettare una sfida così importante?

Pensavo di essere risparmiato dall’affrontare il concorso quando mi dissero che secondo lo statuto della Università cattolica, qualora si fosse deliberata l’aggiunta di una nuova disciplina, oltre alla conoscenza pratica, bisogna munirsi di un finanziamento ad hoc che, per la cattedra di prima fascia, era una cifra molto consistente. Per qualche giorno mi senti “tranquillo” per la impossibilità di trovare un finanziamento tanto cospicuo, ma qui giunse un miracolo di Padre Pio.

Cosa capitò?

Il suo successore a San Giovanni Rotondo, monsignor Riccardo Ruotolo, interpellato in merito, rispose che la Casa Sollievo della Sofferenza era felice di finanziare la prima cattedra europea di bioetica. Allora mi misi a scrivere anche il II volume del Manuale dopo che il primo era servito per il concorso.

E il concorso come andò?

Giovanni Paolo II, dopo il Congresso Internazionale sulla famiglia, facendomi i complimenti per i miei volumi, mi disse: “Quest’estate ho letto i suoi due volumi di bioetica ed ho cercato di capire, ma lei è medico?”. Quell’interrogativo mi pesava e mi incuteva sempre delle remore, ma non m’impedì di vincere il concorso da ordinario nel 1983.

Se dovesse mettere in rilievo tre punti che Le stanno particolarmente a cuore, tra i tanti che è stato chiamato ad affrontare in questi decenni, quali indicherebbe?

Sono il fondamento metafisico (questione della foundaciòn); il metodo “triangolare”; la vera definizione del progresso: aggiungere vero al vero (Pio XII). Bastano poche parole per spiegare l’importanza di questi punti irrinunciabili.

Con il primo punto indico il personalismo con fondazione ontologica: vuol dire che la bioetica ha per oggetto la persona umana e non soltanto il corpo; la persona umana ha un’esistenza propria ricevuta al momento del concepimento: da quel momento in poi si costituisce l’embrione: egli vive per un atto proprio e si sviluppa a partire in autonomia progressiva e suppone il Creatore. Anche l’evoluzione suppone la creazione. Il diacono Efrem della Siria e Sant’Agostino pensavano che l’individuo umano è una “sorgente” e per quanto noi con la nostra sete attingiamo, la sorgente è più grande della sete. Il meglio ci sta sempre davanti.

L’inviolabilità della persona, il suo primo riconoscimento metafisico e morale, a partire dal momento del concepimento rappresenta un punto irrinunciabile della nostra bioetica, valido anche per chi non fa appello alla fede, perché si tratta di un dato scientifico e razionale.

 Da questo principio ne deriva un secondo di carattere metodologico che abbiamo chiamato il metodo triangolare. Nel procedere all’esame dei problemi bioetici si deve partire dall’aspetto scientifico e descrittivo nei termini quantitativi e riscontrati oggettivamente; nel secondo momento ci si deve chiedere il significato antropologico; ad esempio la fecondazione artificiale va descritta come viene praticata nelle sue varie tipologie, poi si deve rilevare quale specificità acquista quando si tratta di una donna o di una coppia umana. Infine si deve passare alla fase applicativa sul piano etico e giuridico per rilevarne la bontà o l’illiceità. Non si può procedere dal fatto descritto alla applicazione senza passare per la questione antropologica.

Una terza questione va esaminata quando si tratta di applicare la bioetica cattolica in contesto pluralistico. E’ questo un punto importante su cui non si riflette a sufficienza. Anzitutto da un punto di vista del dovere della bioetica cattolica verso la globalità del mondo secolare, c’è un dovere per ogni comunità religiosa che ha elaborato nella sua storia una visione unitaria, c’è il dovere di offrire il meglio di sé e ciò che la caratterizza per il bene comune e per tutti quelli che sono alla ricerca. Spesso succede che cattolici, per timore di spaventare, cerchino di attenuare le proprie posizioni. Ciò è un errore morale: ogni comunità nel mondo pluralistico deve offrire ciò che la caratterizza e nella visione più integrale.

Nella “meditazione” scritta per il volume “L’uomo alla ricerca della verità” (Vita e Pensiero, 2005), Lei ha sottolineato che “la bioetica da sola non è capace di riflettere pienamente sulla complessità della biologia e della medicina, ma ha bisogno di un fondamento filosofico e di una prospettiva teologica”. Come valutare quindi le prospettive di una bioetica laica?

Considero che sia un dovere da parte della “bioetica cattolica” offrire al mondo laico anzitutto la garanzia di non voler costringere ad accogliere i presupposti metafisici, ma piuttosto a considerare la identità cristiana come una prospettiva di vita e non una semplice teoria. Il confronto con le prospettive della vita cristiana vissuta possono venire dalle valutazioni di aiuto alla coscienza.

E’ esemplare per questo la storia della conversione del filosofo Giustino così come egli narra nell’interrogatorio degli Atti (ritenuti autentici): “Io ho studiato successivamente tutte le scienze ed ho finito di fermarmi alla dottrina dei cristiani. La dottrina dei cristiani presenta una prospettiva di vita in questo mondo e per la vita eterna, e perciò mostra il suo valore per la capacità che ha di rispondere alle profonde aspirazioni dell’uomo. Mi pare che fosse Pascal a rilevare che per sapere qual è la chiave giusta bisogna verificare se è capace di aprire la porta chiusa. Tenendo questo atteggiamento verso le prospettive laiche o atee non si fa loro violenza, anche perché i divieti morali professati dai credenti sono anche giustificati sul piano razionale

Perché ha deciso di firmare il “Documento di sintesi” proposto al termine del convegno tenutosi nei giorni scorsi al Camillianum nel 50esimo anniversario di Humanae Vitae? Crede veramente che tra cattolici e laici ci possa essere un punto di incontro su un tema come il controllo delle nascite?

L’esperienza mi conferma che il dialogo è accolto dai laici quando li si invita a pensare in concreto. L’esperienza condotta al “Camillianum” e il documento firmato rispondono a questi aspetti positivi. In Russia Putin si preoccupa di combattere l’aborto e ci invita a recarci ai loro Congressi per combattere il calo demografico.

Sabato verrà presentata l’Enciclopedia di Bioetica e Scienze giuridiche, grande opera in 12 volumi giunta finalmente a conclusione. Cosa aggiunge uno studio così vasto alle conoscenze già in nostro possesso?

L’Enciclopedia di Bioetica e Scienza giuridica, diretta dal professor Antonio Tarantino (giurista) e da me risponde ad una duplice utilità: la prima è quella di dare un’informazione accurata e compiuta dal punto di vista scientifico – per esempio la critica fatta alla teoria del gender e ai tentativi sull’imprinting portati avanti dallo scienziato John Money sui due gemelli, poi finita con la morte di entrambi -. In secondo luogo si vuol mostrare che molte disposizioni che vengono discusse in Parlamento, mancano di fondamento giuridico. (Common law) La Enciclopedia enuncia anzitutto il diritto romano e poi valuta gli altri tipi di legislazione che si affermano con sentenze di singoli tribunali ma privi di fondazione giuridica. Pietro Berlingieri che è proprietario della casa editrice dell’enciclopedia (Edizioni Scientifiche italiane), anch’egli giurista, ha già avuto l’assicurazione della prossima traduzione negli USA.

Eminenza, Lei ha lavorato e conosciuto quattro Papi. Vogliamo provare a tracciare per ognuno un ricordo personale?

La risposta potrebbe bastare da sola riempire lo spazio dell’intera intervista. Tralascio il rapporto con Giovanni Paolo I che fu Papa solo per 33 giorni.

Ma non posso dimenticare per la mia formazione anzitutto Paolo VI perché, nel momento in cui uscì l’Humane Vitae avendo lasciato la direzione del Seminario Regionale, passai le mie serate nella piccola diocesi di Fossombrone a spiegare e difendere l’H.V. Ebbi frequenti contatti con il cardinale Giovanni Benelli, quando era Segretario di Stato e poi arcivescovo di Firenze, e fui presente agli incontri riservati tra la Università Cattolica di Lovanio e la Facoltà “A. Gemelli” per ricercare le possibili piste della procreazione responsabile. Fu per il fatto che a Lovanio esisteva un Centre de Bioethique che i professori del “Gemelli” proposero di esperire la possibilità di un Corso facoltativo con assegnazione annuale che era destinato in un primo momento al professor Vincenzo Cappelletti, direttore della Enciclopedia Italiana.

Ma essendo stato eletto in Parlamento, l’incarico fu assegnato a me dal professor Adriano Bausola, nuovo rettore della Cattolica. Fu lo stesso Bausola a spingermi a scrivere il primo Manuale per biologi e medici, cui egli fece la presentazione e volle che fosse edito dalla Editrice “Vita e Pensiero”. Ma da Paolo VI io avevo preso sia durante gli anni di Seminario (ancora alunno) sia durante il Concilio la conoscenza abbastanza appropriata del personalismo di Maritain, Mounier, Gilson, Vanni Rovighi. Decisi di guardare come a un fondamento queste correnti di pensiero, aggiungendo l’esigenza di evidenziare la fondazione ontologica, per cui la dignità completa delle persone si costituisce con la fecondazione dell’ovulo quando si definisce l’individualità genetica. Questo fu uno dei primi punti del nostro insegnamento, cui tutt’ora ci ritroviamo, specialmente dopo le affermazioni dell’Istruzione “Donum vitae”. Questa fondazione ha caratterizzato tutta la pubblicazione, le numerose traduzioni (in varie lingue) e il dibattito sui casi concreti.


Con Adriano Bausola abbiamo rivolto uno sguardo critico nei confronti della Enciclopedia of Bioethics edita negli Usa (3 volumi a cura di W.T. Reich New York 1992) perché i contributi rivelano la carenza di unità e, nella maggior parte degli autori. traspariva una mentalità utilitarista.


L’opera di Karol Wojtyla Persona e Atto è stata pure di grande incidenza per me, per diverse conclusioni. Innanzi tutto per il fatto che la persona non si esaurisce negli atti in cui si manifesta e lascia sempre aperto il campo al “meglio”. inoltre offre un patrimonio di vita per stimolo e confronto. Quest’opera mi ha consentito di precisare il concetto di maturità della persona, perché egli vi afferma appunto che è matura la persona, non quando è autonoma nei suoi atti, ma quando è in grado di dare frutto e perciò quando si dedica agli altri.

Questo concetto, di capitale importanza, ha ispirato le Giornate della Gioventù, ove la croce portata in processione indica la disponibilità al dono di sé. Ho poi svolto un importante lavoro di ricerca, in accordo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger in tema di contraccezione, con il contributo di Roberta Minacori scomparsa di recente, e Maria Luisa Di Pietro. Dalle nostre ricerche è risultato che non esiste il contraccettivo sicuro. Per questa condizione ci fu possibile a San Giovanni Rotondo, nell’ambito dell’esame dei protocolli di sperimentazione, rifiutarci di imporre la contraccezione, talora duplice, chimica e di barriera, alle donne che si sottoponevano alla sperimentazione stessa.

Per molti anni, come presidente del Comitato etico per la sperimentazione del farmaco nell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, non ho mai consentito la contraccezione alle donne sottoposte alla sperimentazione.

E con papa Francesco?

Non vorrei omettere una parola a proposito dei suoi interventi proprio sui temi dell’ Humanae Vitae, in particolare quanto dice nell’ Amoris Laetitia. Poco tempo fa il noto filosofo Giuseppe Fornero mi ha inviato un volume, con una lettera di accompagnamento, dal titolo “Bioetica cattolica e Bioetica laica nell’era di papa Francesco” (Utet) di Luca lo Sapio. Nel testo c’è un saggio dello stesso professor Fornero. Mi ha chiesto di leggerlo e di esprimere il mio parere. Ho risposto dopo un congruo tempo e dopo aver letto il Documento pontificio. Come si sa Fornero, in questo testo, intende andare oltre i cosiddetti “paradigmi cattolico-laico” e sostiene che papa Francesco ci obbliga in qualche modo a considerarli superati. Ho risposto che non condivido questa sua interpretazione del pensiero di papa Francesco e gli ho inviato tutta una serie di affermazioni secondo le quali il Santo Padre ribadisce nell’ Amoris Laetitia che la dottrina non cambia e che i due Sinodi non hanno inteso cambiare la dottrina.


Ritengo, e lo ribadisco qui, che il Papa intende chiedere alla Chiesa di essere vicina anche ai divorziati e ai risposati per dire loro che la Chiesa non li abbandona e che ove e quando si presentano le condizioni di vita, concede loro anche i sacramenti ove si presentano le condizioni ammesse e note anche nella Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II. Questa di papa Francesco è una metodologia pastorale che mira ad accompagnare i fedeli, non a negare i danni del divorzio, ma a ripararli quando si potrà, se non altro in punto di morte.

Quello che Francesco cerca è di mantenere viva la fede e la preghiera, di riconoscere i casi di nullità quando esistono. Insomma, una metodologia pastorale che non smentisce la verità, ma accompagna la fede e cerca di praticare la verità. Questo mi impedisce di assumere toni critici verso il Santo Padre e mi induce spesso a usare lo stesso metodo con famiglie ferite dalle separazioni e in cammino faticoso nella riconciliazione con Dio, nella educazione dei figli e nell’attesa di quel “meglio” che ognuno di noi ha sempre di fronte. Per questo sono grato a papa Francesco, per quello che insegna, senza cambiare la serietà e la verità del patto coniugale e del sacramento.

 

BIOGRAFIA DEL CARD. SGRECCIA

Il Cardinale Elio Sgreccia, nato a Nidastore di Arcevia (AN) il 6 giugno 1928 e ordinato sacerdote il 29 giugno 1952, è uno dei maggiori bioeticisti riconosciuto a livello internazionale e fondatore della Bioetica Personalista.

 É stato consacrato vescovo da Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1993 e creato cardinale da Papa Benedetto XVI nel Concistoro del 20 novembre 2010, in considerazione della sua generosità e dedizione nel servizio alla Chiesa, assegnandogli la diaconia di Sant’Angelo in Pescheria.

Primo docente di bioetica in Italia, direttore fino al 2006 del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica nella Facoltà di Medicina e Chirurgia «A. Gemelli», è stato per dieci anni assistente spirituale della stessa facoltà. Vice-presidente (1994-2005) e poi presidente della Pontificia Accademia per la Vita (2005-2008), si è configurato come il portavoce delle posizioni della Chiesa sulle questioni etiche.

Attualmente è presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita e della F.I.B.I.P. (Federazione Internazionale di Centri e Istituti di Bioetica di Ispirazione Personalista) da lui istituita nel 2003 e presieduta fino al 2012. Dal 2004 presiede la Fondazione Ut Vitam Habeant e l‘Associazione Donum Vitae. Il suo Manuale di Bioetica, tradotto in dodici lingue, è tutt’ora testo di riferimento in tutto il mondo per gli studi di natura etica.

È curatore della pubblicazione della prima Enciclopedia di Bioetica e Scienza Giuridica, insieme con il Prof. Antonio Tarantino, ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Lecce.

 In occasione del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia è stato nominato dal Santo Padre membro elettivo sia nella sessione straordinaria del 2015 sia in quella ordinaria del 2016.

 

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14 maggio, CONVEGNO CEI / AMCI : Uno sguardo che cambia la realtà”

 

IMPERFETTI? SCARTATI! IL RISPETTO DELLA VITA NASCENTE

TRA DESIDERIO E RIFIUTO

In collaborazione  tra CEI e Associazione Medici Cattolici Italiani si terrà un'importante sezione del Convegno Nazionale CEI, (di cui si allega il programma definitivo) e tra i relatori segnaliamo la partecipazione del nostro Presidente Nazionale Filippo Boscia, del Vice Presidente Giuseppe Battimelli, di mons. Angelelli (Direttore  Consulta Nazionale CEI), mons. Mauro Cozzoli ed il prof. Bruno Dallapiccola

 

 

10.00 Introduzione di  Massimo Angelelli Filippo Maria Boscia

10.15

Filippo Maria Boscia

La vita umana sul nascere, alla soglia dell’imperfezione

Direttore Dipartimento Materno-Infantile Ospedale GVM S. Maria di Bari

Presidente nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

10.45

Giuseppe Battimelli

Il termine della vita e le "periferie esistenziali": curare tutti per una cultura della salute accogliente e solidale

Vice Presidente nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

Vice Presidente Società italiana per la Bioetica e Comitati etici

11.15 Coffee break

11.30

Mauro Cozzoli

La vita vale per il suo "esserci" non per il suo "modo di essere"

Ordinario di Teologia Morale presso la Pontificia Università Lateranense Assistente ecclesiastico Amci Diocesi di Roma

PROGRAMMA

12.00

Bruno Dallapiccola

"L’imperfezione" dal punto di vista del genetista

Genetista Direttore Scientifico dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma

Coordinatore di Orphanet Italia

12.30 Discussione in sala

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I  PERCHÉ  DI  UN  CONVEGNO

L’Ufficio nazionale per la pastorale della salute organizza quest’anno il suo XX Convegno nazionale. In questi ultimi anni la partecipazione è stata ampliata dai soli Direttori degli Uffici Diocesani di pastorale della salute a quanti operano in vario modo: innanzitutto i collaboratori dell’Ufficio Diocesano, i professionisti e le associazioni professionali e quelle cattoliche, operatori delle strutture, associa­zioni di volontariato, associazioni di malati, enti dediti allo studio. Il primo obiet­tivo del Convegno di quest’anno – come riporta la nuova formulazione – è di lavorare insieme, tutti quanti sono presenti e attivi nella pastorale della salute.

Il titolo del Convegno intende sottolineare un secondo obiettivo – a partire dal profondo significato evangelico del verbo “guardare” –, la necessità di uno sguar­do attento al cambiare delle realtà in cui viviamo ed operiamo: per iniziare con uno sguardo in profondità, sull’uomo, sul significato del senso del dolore che continuamente interpella, sullo sguardo di Cristo che ci chiama ad una visio­ne integrale dell’uomo, e allo stesso tempo richiama e sollecita la concretezza dell’agire. Cambiare il nostro modo di guardare la realtà, scoprirne altri aspetti, ci permette così di cambiare la storia, andando oltre atteggiamenti lamentosi o allarmisti. La progettualità pastorale ha bisogno di fondamenti solidi.

 

L’IMMAGINE  DEL  CONVEGNO

La grafica proposta per il convegno “Uno sguardo che cambia la realtà” è stata elaborata a partire dalla doppia volontà di sfruttare concettualmente la bel­lezza del titolo – che già in sé reca forte il messaggio del capovolgimento di prospettiva – e di evitare il banale utilizzo di immagini direttamente connesse al mondo della malattia, che avrebbero reso la composizione troppo pesante e per di più lontana dal significato stesso dell’evento.

Si è pensato dunque all’immagine dell’iceberg, icona per antonomasia di tutto ciò che c’è di velato e nascosto dietro l’ap­parente realtà fenomenica, per propor­la però capovolta, a significare – in una connessione diretta col titolo – un ribal­tamento di prospettiva e di sguardo, ora capace di disvelare una realtà nuova, profonda e molto più ricca da analizzare rispetto alla visione consueta ormai cri­stallizzata dalla società.

L’idea richiama alla lontana le opere di Magritte, in cui l’apparenza viene sempre messa in discussione ed è costantemente proposta al fruitore, quasi provocatoria­mente, l’adozione di uno sguardo nuovo e alternativo a quello logico e consolidato.

Anche la composizione del titolo, volu­tamente leggera e dinamica, vuole sug­gerire l’idea di evoluzione, capovolgimento e nuova prospettiva che rifiuta la staticità dello status quo.

La grafica si prefigge quindi di essere sia concettualmente significativa che este­ticamente d’impatto.

 

 

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LUCIA MIGLIONICO : PAPA FRANCESCO IN VISITA A SAN GIOVANNI ROTONDO

 Papa Francesco a San Giovanni Rotondo

Il 17 marzo 2018 è un giorno che resterà nella storia di San Giovanni Rotondo e della Casa Sollievo della Sofferenza. La visita di Papa Francesco ai luoghi di Padre Pio e alla “Creatura della Provvidenza”, come egli amava definire l’Ospedale, scuote ancora gli animi e suscita emozioni intense in quanti hanno potuto assistervi o, nel mondo intero, seguire via web.

 

Annunciata prima di Natale, la visita è stata attesa con ansia: Papa Francesco veniva per venerare il Santo dei nostri giorni, il Santo di tutti e, in conformità al suo modo speciale di essere Padre e Pastore, a visitare “gli ultimi, i più poveri”: i bambini ricoverati nel reparto di Oncoematologia Pediatrica e le loro famiglie.

 

«Il Santo Padre è stato di parola e non c’erano dubbi», afferma Mons. Michele Castoro arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e Presidente dell’Opera di San Pio. « Il 6 febbraio 2016, durante la traslazione delle spoglie del santo a Roma in occasione del Giubileo come testimone della misericordia, disse ai molti fedeli di San Giovanni Rotondo accorsi per l’occasione “chiunque venga nella vostra bella terra, e io ho voglia di andarci, possa trovare anche in voi un riflesso della luce del cielo”»

 

E così, in un anno tutto speciale nel quale ricorrono due importanti anniversari (100 anni fa la comparsa delle stimmate permanenti davanti al Crocifisso in cui San Pio ebbe la visione del Cristo in croce; 50 anni fa la sua morte), Papa Francesco arriva pellegrino sulla terra garganica.

 

E’ stata breve la visita se pensiamo al krónos: solo poche ore. Ma riferita al vero aspetto del tempo, il kairós, tutto è stato  un eterno susseguirsi di emozioni: dal suo arrivo in elicottero in un cielo che si è aperto al sole dopo giorni di pioggia, al giro in papamobile per le vie della città con la gente del Gargano, “terra bella ma difficile”, che si è assiepata oltre le transenne lungo le strade per acclamarlo e gridare il “le vogliamo un gran bene!”,  fino all’abbraccio con il santo di Pietrelcina, il saluto ai frati cappuccini e la celebrazione della Santa Messa a conclusione della mattinata.

 

Il momento più toccante della giornata è stato sicuramente quello riguardante la visita in Ospedale. Salito al terzo piano del Poliambulatorio “Giovanni Paolo II”, struttura annessa alla Casa Sollievo della Sofferenza che ospita il reparto di Pediatria Generale e di Pediatria Oncoematologica,

 

Papa Francesco è rimasto per oltre 40 minuti insieme ai bambini ricoverati e ai loro genitori. In ogni stanza, ad ogni bimbo, ad ogni mamma e papà presente, egli ha elargito carezze, dispensato abbracci, regalato sorrisi.  Non si è sottratto ai selfie richiesti dai bambini, agli abbracci spontanei dei più piccoli.

 

Si è fermato a parlare con i genitori informandosi sulla loro salute, attardandosi a scrivere messaggi con dediche personali, a raccogliere le letterine scritte dai piccoli malati. Uno dei ragazzi gli ha chiesto: “Santità voi come state? Un giorno voglio venire a Roma.” e Papa Francesco: “Ti aspetto, organizza con i dottori, me lo fai sapere, così ti faccio entrare”.

 

Alcuni momenti della visita venivano trasmessi in diretta dalla televisione presente mentre sui social già volavano le foto di quegli attimi così intensi.

 

Così i cuori di tutti hanno tremato quando le immagini di un giovanissimo paziente, crollato per l’emozione in ginocchio davanti al Papa, hanno rimandato al mondo quell’abbraccio dolce e struggente di due vite che diventavano una: il Figlio che si affida totalmente e il Padre che accoglie, sostiene, consola. E quando, tra le lacrime, io stessa ho cercato di trattenere il ragazzo mentre asciugava le sue con la mantellina bianca, il Santo Padre mi ha detto “Lascialo fare, porto con me il suo dolore!”

 

Posso serenamente affermare di aver vissuto l’esperienza come un giro-visita speciale, durante il quale sono state raccolte storie per donare speranza. Dopo la visita nelle ultime tre camere della terapia intensiva, che ospitavano i bambini più impegnati, Papa Francesco ha voluto salutare tutto l’organico del Reparto, riservando a ciascuno un sorriso, un abbraccio, una fraterna stretta di mano.

 

Si è intrattenuto con i dott. Pasticcio e Marrangio, dispensatori di sorrisi, con gli insegnanti della scuola paritaria presente in reparto, con i volontari … Ha ringraziato per l’impegno costante e quotidiano tutto il personale sanitario attento ai bisogni della persona, nell’ottica di quella assistenza globale che vede il piccolo malato e la sua famiglia al centro delle cure.

 

Poi, le parole pronunciate durante l’omelia hanno voluto sottolineare le 3 eredità preziose di san Pio : i gruppi di preghiera, gli ammalati della Casa Sollievo, il confessionale, di cui il santo cappuccino è stato «un apostolo». «Tre segni visibili» traducibili nella vita quotidiana, con la preghiera, la piccolezza e la sapienza di vita.

 

Papa Francesco comincia proprio dalla preghiera. «Possiamo chiederci: noi cristiani preghiamo abbastanza? Spesso, al momento di pregare, vengono in mente tante scuse, tante cose urgenti da fare. A volte, poi, si mette da parte la preghiera perché presi da un attivismo che diventa inconcludente. E allora ci domandiamo: le nostre preghiere assomigliano a quella di Gesù o si riducono a saltuarie chiamate di emergenza? Oppure le intendiamo come dei tranquillanti da assumere a dosi regolari, per avere un po' di sollievo dallo stress? No - risponde il Papa -, la preghiera è un gesto di amore, è stare con Dio e portargli la vita del mondo». In sostanza, citando padre Pio «è la preghiera, questa forza unita di tutte le anime buone, che muove il mondo, che rinnova le coscienze».

 

La piccolezza è la seconda parola. E potremmo riconoscere in essa la nostra Missione di operatori sanitari.  «Nel Vangelo, dice il Papa, Gesù loda il Padre perché ha rivelato i misteri del suo Regno ai piccoli. Chi sono questi piccoli, che sanno accogliere i segreti di Dio? I piccoli sono quelli che hanno bisogno dei grandi, che non sono autosufficienti, che non pensano di bastare a sé stessi. Piccoli sono quelli che hanno il cuore umile e aperto, povero e bisognoso, che avvertono la necessità di pregare, di affidarsi e di lasciarsi accompagnare… quando si è pieni di sé, non c’è posto per Dio. Perciò Egli predilige i piccoli, si rivela a loro, e la via per incontrarlo è quella di abbassarsi, di rimpicciolirsi dentro, di riconoscersi bisognosi. E ora possiamo chiederci: sappiamo cercare Dio là dove si trova? Qui c’è uno speciale santuario dove è presente, perché vi si trovano tanti piccoli da Lui prediletti. San Pio lo chiamò «tempio di preghiera e di scienza», dove tutti sono chiamati a essere «riserve di amore» per gli altri: è la Casa Sollievo della Sofferenza. Nell’ammalato si trova Gesù, e nella cura amorevole di chi si china sulle ferite del prossimo c’è la via per incontrare Gesù. Chi si prende cura dei piccoli sta dalla parte di Dio e vince la cultura dello scarto, che, al contrario, predilige i potenti e reputa inutili i poveri.

 

Chi preferisce i piccoli proclama una profezia di vita contro i profeti di morte di ogni tempo, anche di oggi, che scartano la gente, scartano i bambini, gli anziani, perché non servono. Da bambino, alla scuola, ci insegnavano la storia degli spartani. A me sempre ha colpito quello che ci diceva la maestra, che quando nasceva un bambino o una bambina con malformazioni, lo portavano sulla cima del monte e lo buttavano giù, perché non ci fossero questi piccoli. Noi bambini dicevamo: “Ma quanta crudeltà!”. Fratelli e sorelle, noi facciamo lo stesso, con più crudeltà, con più scienza. Quello che non serve, quello che non produce va scartato. Questa è la cultura dello scarto, i piccoli non sono voluti oggi. E per questo Gesù è lasciato da parte».

 

Infine la terza parola, la sapienza. “Nella prima Lettura Dio dice: «Non si vanti il sapiente della sua sapienza, non si vanti il forte della sua forza» (Ger 9,22). La vera sapienza non risiede nell’avere grandi doti e la vera forza non sta nella potenza. Non è sapiente chi si mostra forte e non è forte chi risponde al male col male. L’unica arma sapiente e invincibile è la carità animata dalla fede, perché ha il potere di disarmare le forze del male. San Pio ha combattuto il male per tutta la vita e l’ha combattuto sapientemente, come il Signore: con l’umiltà, con l’obbedienza, con la croce, offrendo il dolore per amore. E tutti ne sono ammirati; ma pochi fanno lo stesso. Tanti parlano bene, ma quanti imitano? Molti sono disposti a mettere un “mi piace” sulla pagina dei grandi santi, ma chi fa come loro? Perché la vita cristiana non è un “mi piace”, è un “mi dono”. La vita profuma quando è offerta in dono; diventa insipida quando è tenuta per sé”.

 

Alla fine della celebrazione Mons. Castoro nel suo saluto sottolinea: «In questi anni Santità, Lei ci sta facendo vivere una nuova stagione ecclesiale, una nuova primavera dello Spirito, ha riaperto le finestre del nostro cuore per far entrare aria nuova, ha riaperto soprattutto alcune pagine del Vangelo, per farci risentire la freschezza della tenerezza di Dio e la carezza della sua misericordia». «Grazie per essersi fatto pellegrino a San Giovanni Rotondo. La sua presenza ci conferma nella fede, ci sprona alla carità, ravviva in noi la speranza di un futuro migliore!». «Grazie perché sta manifestando la sua amorevole paternità verso i giovani, qui ben rappresentati. Li ha voluti al centro dell’attenzione della Chiesa in occasione del prossimo Sinodo dei vescovi, perché li porta nel cuore». «Grazie perché, ancora una volta, si è chinato sulle ferite di chi soffre, soprattutto dei nostri bambini ammalati e delle loro famiglie in continuità con la sua enciclica dei gesti che ogni giorno ci presenta la Chiesa come la «locanda del buon samaritano» . «Grazie per la premura e l’affetto che ha voluto manifestare verso la mia persona, in special modo in questo periodo segnato dalla fragilità della malattia. La comunione con la sua persona, Santo Padre, mi fa avvertire ancora di più la Chiesa come una famiglia, come una casa per il sollievo della sofferenza».

 

Grazie Papa Francesco!

 

Grazie per l’immenso dono che, con la Sua visita, ha fatto alla nostra Chiesa

 

che è in Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo.

 

Grazie da tutti noi operatori della Casa Sollievo della Sofferenza al servizio dei sofferenti.

 

Grazie da tutti gli ammalati che vivono nella carne il venerdì santo in attesa

 

della Pasqua eterna di Resurrezione!

 

 

 

Lucia Miglionico

 

Presidente AMCI Regione Puglia

 

 

PAPA FRANCESCO AI MEDICI CATTOLICI (FIAMC)

 

 

 

 

Papa ai medici cattolici:

il malato non è una macchina da riparare

 

Ricevendo una delegazione della Fiamc, Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, Papa Francesco ha invitato ad essere testimoni di fraterna carità e compassione evangelica.

 a cura di Benedetta Capelli – (Vatican News)

 

Città del Vaticano - Una testimonianza cristiana, un’opera che è una “forma peculiare di solidarietà umana”, un lavoro arricchito con lo spirito della fede. Papa Francesco declina così la professione di medico cattolico, ricevendo in Vaticano una delegazione della Fiamc, Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, in vista del 25.mo Congresso sul tema: “Sacralità della vita e professione medica dalla Humanae Vitae alla Laudato sì”, in programma a Zagabria dal 30 maggio al 2 giugno.


 

 

La Chiesa è per la vita

 

Essere medici cattolici significa anche impegnarsi in “una permanente formazione spirituale, morale e bioetica” secondo i principi evangelici, non tralasciando – afferma il Papa – il rapporto medico-paziente e neppure l’attività missionaria “per migliorare le condizioni di salute delle popolazioni nelle periferie del mondo”.

 

La Chiesa è per la vita, e la sua preoccupazione è che nulla sia contro la vita nella realtà di una esistenza concreta, per quanto debole o priva di difese, per quanto non sviluppata o poco avanzata. Essere medici cattolici, quindi, è sentirsi operatori sanitari che dalla fede e dalla comunione con la Chiesa ricevono l’impulso per rendere sempre più matura la propria formazione cristiana e professionale, infaticabile la propria dedizione, inesauribile il bisogno di penetrare e conoscere le leggi della natura per meglio servire la vita.

 

Fedeli alla propria missione

 

Testimoni coerenti e coraggiosi: così il Papa definisce i medici dell’associazione che, nel tempo, hanno collaborato con la Chiesa “nel promuovere e difendere la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale”, nel rispetto dei più deboli, nell’umanizzazione della medicina e la sua piena socializzazione. L’invito è di continuare, nonostante le fatiche e le difficoltà, nel contrastare l’avanzata anche nella medicina “del paradigma culturale tecnocratico”, dell’adorazione del potere umano senza limiti e del relativismo pratico, “in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi”.

 

Il malato è prima di tutto una persona

 

Forti del compito affidato, Francesco invita ad intervenire in ambienti specialisti riguardo le legislazioni su temi etici sensibili come “l’interruzione di gravidanza, il fine-vita e la medicina genetica”, sempre nel pieno rispetto del malato come persona con la sua dignità.

 

Va contrastata la tendenza a svilire l’uomo malato a macchina da riparare, senza rispetto per principi morali, e a sfruttare i più deboli scartando quanto non corrisponde all’ideologia dell’efficienza e del profitto.

 

I medici non siano esecutori della volontà del malato

 

Nel cuore del Papa anche un altro particolare aspetto: la libertà di coscienza dei medici e degli operatori sanitari.

 

Non è accettabile che il vostro ruolo venga ridotto a quello di semplice esecutore della volontà del malato o delle esigenze del sistema sanitario in cui lavorate.

 

Il medico cattolico - evidenzia il Papa – è prima di tutto un testimone di fede vissuta, capace di collaborare con le realtà ecclesiali, con chi lavora accanto alle persone che soffrono.

Siate ministri, oltre che di cure, di fraterna carità, trasmettendo a quanti avvicinate, con l’apporto delle vostre conoscenze, ricchezza di umanità e di compassione evangelica.

 

Città del Vaticano, 28 maggio 2018                                              Papa Francesco

 

 

 

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