Don Roberto COLOMBO: articoli sul Covid 19 (da leggere)

  «Riaprire le Messe. La libertà religiosa non è un bonus per chi fa il bravo»

 28 aprile 2020  Pietro Piccinini (I Tempi):  intervista a don ROBERTO COLOMBO sacerdote e scienziato esperto di coronavirus e Vice Assistente Nazionale dell’AMCI emerito.

Sull’esclusione delle Messe dalla cosiddetta “fase 2” di riapertura del paese dopo l’interminabile lockdown per l’emergenza coronavirus, si sta consumando un sorprendente scontro frontale fra il governo Conte e la Cei. Sorprendente perché per tutta la prima parte di “quarantena nazionale”, vescovi e sacerdoti italiani invece hanno sempre mantenuto un atteggiamento di massima collaborazione con le autorità civili, perfino aiutando i cattolici più “accesi” ad accettare l’enormità del sacrificio imposto dall’esecutivo: la rinuncia alla partecipazione fisica ai sacramenti.

 Dopo il duro comunicato con cui la Cei ha voluto far sapere a Giuseppe Conte e al suo Comitato tecnico-scientifico che «la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale», il premier ha promesso al più presto «un protocollo per consentire ai fedeli di partecipare a cerimonie religiose in massima sicurezza». O meglio, «un percorso» da definire con la Cei. Anche se in realtà una fitta trattativa per la riapertura al popolo delle Messe («interlocuzione» la chiamano i vescovi nella nota) c’era già stata tra i rappresentanti della Chiesa e l’esecutivo nelle settimane scorse. Poi, domenica sera, la delusione, servita ai cattolici in diretta tv da Conte. Anche per questo probabilmente la Cei ha deciso di farsi sentire.

 

Abbiamo chiesto un commento a don Roberto Colombo, che oltre a essere un sacerdote è anche un autorevole ricercatore e docente della facoltà di Medicina dell’Università cattolica, e fin dall’inizio della pandemia, come sanno i lettori di Tempi, segue con rigore accademico l’evoluzione delle conoscenze scientifiche sul coronavirus e il Covid-19.

 

Don Colombo, come commenta la decisione del governo di prolungare, di fatto sine die, il divieto per le celebrazioni religiose, comprese le Messe coram populo? Si tratta, come protesta la Cei, di un fatto che «compromette l’esercizio della libertà di culto»? La libertà religiosa è una gentile concessione dello Stato ai cittadini?

 

La libertà religiosa non è un bonus che un governo regala ai cittadini che se lo meritano in alcune circostanze e la cui erogazione viene sospesa quando ritiene prevalgono altri interessi pubblici. Il senso religioso – in qualunque forma si esprima – è dimensione inalienabile della vita di ogni uomo e donna. Il Concilio Vaticano II «dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana» e che «questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società» (Dignitatis humanae, I, 2). E aggiunge che «la libertà della Chiesa è principio fondamentale nelle relazioni fra la Chiesa e i poteri pubblici e tutto l’ordinamento giuridico della società civile. Nella società umana e dinanzi a qualsivoglia pubblico potere, la Chiesa rivendica a sé la libertà come autorità spirituale» (II, 17).

 

Con il Dpcm 26 aprile 2020, all’art. 1, c. 1, l. i, il governo italiano non si è limitato a consentire l’apertura dei luoghi di culto solo a condizione che siano osservate tutte le misure di profilassi sociale anti-Covid-19 previste – e questo è perfettamente accettabile, perché la salute di tutti i cittadini, compresi i ministri e i fedeli, è un bene comune da tutelare – ma ha anche dichiarato «sospese» le cerimonie religiose, comprese le Messe, con la sola eccezione di quelle funebri, ponendo per le esequie alcune limitazioni. La seconda disposizione, quella sospensiva, rappresenta una ingerenza del potere giuridico e amministrativo dello Stato in una sfera di autonomia della organizzazione della vita di una comunità religiosa.

 

Come recita l’art. 19 della Costituzione italiana, «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma […] e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume». L’accordo di Villa Madama del 1984, noto come “nuovo Concordato”, che regola i rapporti tra Repubblica italiana e la Chiesa cattolica, precisa che entrambi «sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani» (art. 1) e che «la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale» ed «è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale» (art. 2, c. 1).

 

La Conferenza dei vescovi italiani ha giustamente osservato, con la dovuta chiarezza e fermezza, che il citato articolo del Dpcm «compromette l’esercizio della libertà di culto» in quanto esclude che essa possa manifestarsi concretamente nell’atto di culto più frequente e più partecipato dai fedeli cattolici che è la celebrazione della Messa, e riduce drasticamente la possibilità di esprimersi della libertà religiosa dei cattolici al solo ingresso individuale in una chiesa quando in essa non si svolge nessun rito, o alla partecipazione alle esequie di un defunto, quest’ultima limitatamente a non più di quindici persone per ogni funerale.

 

Le sembra una decisione lecita quella del governo, ai sensi di una corretta concezione della laicità dello Stato? Fino a che punto lo Stato può spingersi “dentro le chiese”?

 

Per ben impostare la questione che solleva, occorre uscire dal logoro schema dialettico del rapporto Stato-Chiesa, così come si è espresso, tra l’altro, attraverso lo schema cavouriano della “libera Chiesa in libero Stato”. La “laicità” non è neutralità, indifferenza di fronte al senso religioso dell’uomo. È, invece, simpatia per l’umano, per tutto l’umano che è nell’uomo, inclusa la sua apertura alla trascendenza. I bisogni dei cittadini che lo Stato moderno, sociale e democratico, si è impegnato a soddisfare e proteggere non sono solo il cibo, la salute, gli indumenti, la casa, gli affetti familiari, l’educazione dei figli, il lavoro, l’istruzione, la cultura, lo sport ed altri ancora.

 

Resta fondamentale la domanda di salvezza, che – tra l’altro – è inseparata dalla domanda di salute. Le “domande ultime”, radicali della vita dei cittadini, credenti e non credenti, non sono le ultime domande di cui uno Stato laico si deve occupare, ma le prime. Perché danno senso a tutto il resto, stanno dentro alla vita di ogni giorno e di tutti i cittadini.

 

Uno Stato autenticamente laico può e deve chiedere che anche le chiese siano luoghi sicuri, sanificati, che non mettono a rischio la salute di chi vi sosta per pregare o partecipare a un rito, ma non può entrare “dentro le chiese” perché non è abilitato ad entrare dentro al cuore dell’uomo, a quel nucleo incandescente dove sono accese le sue domande più profonde che trovano risposta proprio nella Chiesa, in ciò che la Chiesa annuncia, vive e celebra nelle chiese.

 

La Chiesa italiana sarebbe pronta a ripartire con le pubbliche celebrazioni, anche dal punto di vista sanitario e organizzativo?

 

Sì, certo. In queste settimane che preludono alla “fase 2” dell’emergenza Covid-19, la Chiesa italiana – come hanno fatto le Chiese locali in altri paesi colpiti dalla pandemia – si è preparata ad una ripresa delle celebrazioni cum populo (non ha mai spesso di celebrare pro populo). Lo ha fatto pensando a come riformulare le cerimonie, mantenendo inalterata l’essenzialità del rito e, al medesimo tempo, evitando o modificando alcuni gesti, ricollocando spazialmente i ministri e i ministrati sul presbiterio e i fedeli nell’aula della chiesa e utilizzando con particolari attenzioni gli strumenti a servizio della liturgia. Sono state fatte ipotesi operative sui dispositivi di protezione individuale da indossare, sugli spostamenti delle persone, la loro collocazione a sedere e la modalità di distribuzione della Comunione o di amministrazione di altri sacramenti.

 

Si è posta particolare attenzione sulla detergenza e la sanificazione efficace e frequente della chiesa, dei locali annessi e degli arredi e di ogni altro oggetto ad uso liturgico, utilizzando i medesimi criteri che vengono adottati per altri luoghi con presenza di più persone, come i trasporti, gli ambienti di lavoro, i negozi e gli uffici dei servizi pubblici. La Chiesa non è sprovveduta, ma ha predisposto con saggezza la ripresa delle celebrazioni. Ora attende solo il via libera, dopo il doveroso confronto con le autorità civili e sanitarie.

 

Esiste effettivamente il rischio sanitario paventato dal Comitato tecnico-scientifico (Cts) del governo? Perché questo rischio sembra preoccupare le autorità di più, per esempio, di quello che corre un anziano che si rechi al supermercato a fare la spesa?

 

È irrealistico che qualcuno pensi a folle di fedeli che si accalcano all’ingresso della chiesa e che affollano le navate e i transetti. Ciò non avverrà, perché il ritorno dei fedeli in chiesa, dopo questi mesi, sarà graduale. Molti anziani decideranno di restare a casa per timore o per la mancanza di chi li accompagni. Con la riduzione delle attività catechistiche e oratoriane, anche i bambini e le loro famiglie saranno meno numerosi degli altri anni. Comunque, sarà predisposto un servizio di accoglienza che consentirà di distribuire i fedeli nelle panche o sulle sedie alla distanza prevista dalle norme di profilassi socio-sanitaria, e vi sarà un numero massimo di persone (concordato con le autorità di competenza) che potranno partecipare ad ogni singola Messa.

 

E poi, perché tanti timori di pericolo sanitario per la distribuzione della Comunione? Sarà anch’essa fatta con tutti gli accorgimenti, le modalità e le protezioni che evitino i contatti tra la mano del sacerdote e quella del fedele. Nella sezione dei prodotti da forno dei supermercati non vengono forse distribuiti prodotti da lievitazione, dolci o salati, dalle persone addette, che li prendono con protezioni personali dai contenitori, li porzionano e li consegnano ai clienti?

 

Ma che cos’hanno di tanto irrinunciabile queste Messe per i credenti? Non basta pregare nel proprio intimo? Anzi, non è prova di fede maggiore coltivare il rapporto interiore con Dio, come in questi giorni hanno scritto anche tanti intellettuali cattolici?

 

La dimensione comunitaria della fede cristiana trova nelle celebrazioni liturgiche – in particolare nell’Eucaristia domenicale – la sua “sorgente” e il suo “vertice”, secondo l’espressione del Concilio Vaticano II, che definisce così la liturgia: «La fonte da cui promana la sua forza vitale» e «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa» (Sacrosactum Concilium, 10). Senza la celebrazione della Messa la comunità cristiana si inaridisce, si spegne. Col tempo diviene astenica, perde quella energia che la sorregge nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nella vita e nella morte: una energia divina che è la Grazia.

 

Per non aver rinunciato alla Messa domenicale, tanti cristiani hanno affrontato il martirio, in alcuni paesi del mondo, oggi come nei primi secoli dopo Cristo. Come quando, nel 304, ad Abitene (una cittadina dell’odierna Tunisia) venne arrestato un gruppo di cristiani. Di fronte al proconsole che li accusava di riunirsi illecitamente, e di non aver impedito ad altri credenti – nonostante l’editto lo proibisse – di entrare nelle loro case per celebrare l’Eucaristia, uno di loro, Emerito, rispose: «Non potevo farlo, perché noi non possiamo vivere senza celebrare la cena del Signore». Anche noi, oggi, non possiamo continuare a vivere senza la Messa.

 

Il rapporto intimo con il Signore ha certamente un valore profondo nella vita spirituale del cristiano. Il silenzio, la preghiera personale, la lettura della Parola di Dio e di altri testi ad essa ispirati, e la meditazione sono fondamentali per un adulto nella fede. Ma la fede cristiana non è intimistica, bensì comunitaria, ecclesiale. E la liturgia celebrata con il popolo di Dio è la voce corale di questa vocazione ad essere “un corpo solo” e “un’anima sola” (cf. 1 Cor 12, 13; Ef 4, 4).

 

Come ha ricordato papa Francesco a questo proposito, queste modalità a distanza di partecipare alla Messa sono legate «al momento difficile» che abbiamo sperimentato finora nella “Fase 1” della pandemia, ma «la Chiesa è con il popolo, con i sacramenti», è «familiarità concreta con i sacramenti e il popolo fedele di Dio. […] Solo la comunità è Chiesa».

 

 

 

Il comunicato della Cei si conclude così: «Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale». Come dire: scordatevi di ridurre il cristianesimo a un’opera pia. È questa la visione che prevale nel Cts e nel governo?

 

Mi auguro proprio di no. Ma vi è il rischio – e non mancano i segni premonitori di questo – che si stia facendo strada in taluni ambienti non familiari con l’esperienza cristiana l’idea che il servizio ai più poveri e ai reietti dalla società che i singoli credenti, i loro gruppi e le loro associazioni svolgo da sempre, ma con particolare zelo in questi tempi di emergenza sanitaria, sociale ed economica, sia frutto di una filantropia psicologica, di un bisogno affettivo di dedicarsi agli altri, o di un volontarismo quasi eroico. Non è questa la ragione e la forza della carità cristiana, in qualunque tempo e forma si manifesti.

 

Il credente ama e serve il prossimo perché fa l’esperienza di essere amato e servito da Dio in Cristo. E questa sorgente d’amore e di servizio sta lì, nell’Eucaristia: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19; 1 Cor 11, 24). Il memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù – la Messa – è ciò che riaccende la forza della carità cristiana. I vescovi ci hanno ricordato che non si possono separare le opere della carità dalla sorgente della carità: chi nella società e nella politica stima e incoraggia le prime non può, al medesimo tempo, privare i cristiani della “fontana della carità” che è la Grazia sacramentale. Senza attingere al pozzo, il secchio dell’acqua resta vuoto per i credenti e per tutti quelli che si abbeverano ad esso.

 

Come leggere i numeri sull’epidemia di Covid-19 che ci inondano ogni giorno? Si può iniziare a sperare? In che cosa?

La pandemia di Covid-19 continua ad espandersi nel mondo e la situazione in Italia appare ancora lontana dal vedere profilarsi una via di uscita che consenta ai cittadini e alle loro famiglie di riprendere i contatti interpersonali diretti, agli imprenditori di riaprire le fabbriche, ai dipendenti e agli autonomi di tornare al lavoro interrotto e a studenti e docenti di ritrovarsi in aula. I medici, gli infermieri e il personale di assistenza socio-sanitaria attendono almeno una tregua, se non la fine dell’emergenza.

Tutto sembra dipendere dai numeri sul contagio e i suoi effetti che ci vengono forniti ogni giorno dal dipartimento della Protezione civile (Dpc). Ma cosa ci dicono realmente questi numeri? Quanto ci suggeriscono di veramente utile per la nostra salute e quella dei nostri cari e amici? E in che misura dobbiamo fidarci di queste cifre per iniziare ad immaginare una exit strategy? «La speranza non è il risultato di un’equazione matematica né l’esito di un’analisi statistica, ma i numeri, quando si riferiscono agli uomini, alla loro vita e alla loro morte, non sono irrilevanti per la speranza. Perché ci facciano domandare a un Altro ciò di cui essi non sono la risposta, abbiamo bisogno di capire il loro limite. Un limite che non è l’ultima parola sulla vita, la malattia e la morte. Solo la penultima», dice don Roberto Colombo, che ad analizzare i dati biomedici delle malattie rare ha dedicato larga parte della sua attività di ricercatore e accademico.

NB: IN ALLEGATO E' SCARICABILE L'ARTICOLO COMPLETO DI DON COLOMBO


 

La forza della scienza e la forza della fede

di Roberto Colombo

docente alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano e membro della Pontificia Accademia per la Vita.

 La malattia che si sta diffondendo nel nostro Paese e in altre parti del mondo è indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità con l’acronimo Covid-19 (“malattia da coronavirus 2019”). Chi la provoca è un agente patogeno esterno all’uomo e appartenente alla famiglia dei coronavirus. Entrando in contatto con il nostro corpo, questo virus lo infetta e può indurre disturbi lievi o gravi, le cui conseguenze possono portare, in alcuni casi, anche alla morte. La realtà – lo sappiamo – è questa.

La causa di questa malattia non è un mistero, ma essa interpella il mistero della nostra vita: la sua origine e il suo destino, che non dipendono ultimamente da noi, ma sono nelle mani di un Altro. Anche questa è la realtà: oltre la fisicità della malattia, la sua meta-fisicità. La malattia, come la nascita, la salute e la morte, ha una propria trascendenza. È religiosa la malattia, perché potentemente provoca (secondo l’etimo, “chiama fuori”, mette allo scoperto) il senso religioso dell’uomo: le domande più radicali, ineludibili della vita, si infiammano quando ne sentiamo e temiamo la precarietà. Per questo, la malattia che colpisce un uomo o una donna (e, ancor più, la malattia che è comune a molti e può essere di tutti: l’epidemia) chiede di essere affrontata religiosamente. Da credenti e da non credenti. Di fronte al dolore nella carne umana, non si può sfuggire dalla grande domanda che noi stessi siamo: «Factus eram ipse mihi magna quaestio» (“sono diventato un grande mistero per me”, Sant’Agostino, Confessioni IV, 4, 9). Nessuna urgenza o emergenza può mettere tra parentesi questa evidenza originale che non ci abbandona – anzi, ci incalza ancor più – quando davanti ai nostri occhi si palesa e c’impaura la malattia, la sofferenza e la morte.

Il nuovo coronavirus è noto agli scienziati da pochi mesi e anche gli effetti della sua infezione – il quadro clinico della Covid-19 – i medici li stanno conoscendo mentre è ancora in corso l’epidemia. Ma la scoperta della natura microscopica degli agenti infettivi e il loro rapporto con la comparsa delle malattie contagiose attraverso l’ambiente di vita è stata possibile grazie alle ricerche scientifiche compiute circa 150 anni fa da Louis Pasteur. Monsieur Pasteur fu un grande cattolico, di fede robusta, e un grande scienziato francese, di intelligenza lucida. «Un peu de science éloigne de Dieu, beaucoup de science y ramène» (“Poca scienza allontana da Dio, molta scienza riconduce a lui”), era la sintesi della sua esperienza del rapporto tra scienza e fede.

La “fede nella scienza” – che tanto caratterizza l’uomo dei nostri giorni – arriva ad oscurare la dimensione trascendente della vita quando ci fermiamo alle briciole del sapere sulla natura vivente, sulla salute e sulla malattia, quando restiamo alla superficie della vita. Dischiude invece la “scienza della fede”, la prospettiva di Dio, creatore e amante della vita, se ci addentriamo in una conoscenza più profonda della realtà della vita, in tutte le sue dimensioni e secondo tutti i suoi fattori costitutivi. Dimensioni e fattori che non escludono, ma postulano la Presenza provvidente, quella del Mistero buono che tutto ha creato, tutto sostiene e tutto, ultimamente, conduce al bene. Anche il male della malattia, della sofferenza e della morte non è un “male assoluto”, in cui Dio è assente. Se Dio è Dio, «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28), anche qui è presente e provvidente. La fede mette le ali della speranza buona alla scienza, gettando lo sguardo oltre gli ostacoli quotidiani, e la scienza consente alla fede di camminare sulla terra senza inciampare negli scogli, cadere e farci del male nelle difficoltà di ogni giorno.

Quando passiamo dalla conoscenza della realtà della vita fisiologica e patologica ad affrontare le questioni pratiche della salute e della malattia, di come promuovere la prima e difenderci dalla seconda – in modo particolare quando un’epidemia minaccia le nostre comunità, il nostro Paese e il mondo – la tentazione di rompere il filo della ragione e del realismo che unisce la scienza e la fede si fa più incalzante. Ed è qui che occorre riscoprire la forza della scienza e annunciare la forza della fede.

Queste due forze asimmetriche hanno il loro centro di gravità in Dio. Egli ha creato la realtà fisica e spirituale dell’uomo, lo ha dotato dell’intelligenza e dell’amore di tutte e due le dimensioni della realtà attraverso l’esercizio della ragione e dell’affezione, e lo ha redento, strappandolo dal potere del male e della morte. Per questo, scienza e fede non si escludono e non si oppongono, né teoricamente né praticamente: si compongono, si “pongono insieme” al servizio dell’uomo e della società, della vita ecclesiale e di quella politica, dei credenti e dei non credenti.

La frattura dell’unità di scienza e fede porta ad isolare la scienza dalla fede e la fede dalla scienza, e talvolta anche ad elidere una o l’altra. Nel primo caso, anche il credente arriva, sotto la pressione emotiva e sociale di un’emergenza come quella dell’epidemia virale, a riporre la fiducia e la speranza di una via d’uscita, di un punto di fuga, esclusivamente nelle capacità scientifiche, cliniche, tecnologiche e organizzative messe in campo dall’uomo per fronteggiarla. Lo spazio della preghiera e dell’affidamento a Dio, e il riconoscimento della sua azione provvidente nella vita personale, familiare e sociale si rimpicciolisce sempre di più fino a passare in secondo piano, quasi dissolvendosi. Non si nega l’esistenza di Dio, ma è come se non ci fosse e tutto dipendesse da noi. Basta seguire le indicazioni fornite dalle autorità competenti e la coscienza s’acquieta.

Nell’altro caso, quando viene censurata la scienza in nome di una pretesa “purezza” e “durezza” della fede, ci si rifugia esclusivamente nella preghiera e si invoca la Provvidenza incuranti della necessità di offrire noi ad essa le opportunità di manifestarsi dentro alle pieghe della vita individuale, ecclesiale e sociale. Ci dimentichiamo di mettere nelle mani di Dio la nostra libertà impegnata, le nostre responsabilità civili, il nostro ingegno e la creatività di cui siamo capaci, e le iniziative di solidarietà e collaborazione per fronteggiare attivamente il pericolo rappresentato dal diffondersi dell’epidemia in corso. Non si nega la realtà del contagio virale, ma è come se tutto dipendesse solo da un Altro, che fa tutto da solo e non ci chiama a collaborare con Lui per contrastare efficacemente questo male. Anche le misure di contenimento proporzionate al rischio incombente, proposte da chi ne ha titolo ecclesiale, appaiono così inaccettabili o meramente asservite alle richieste dell’autorità civile.

Di fronte alla malattia, anche quella inguaribile e mortale, la Chiesa – fedele all’azione e alle parole di Gesù (cfr. i racconti delle guarigioni miracolose nei Vangeli) – ha sempre tenuto unita la cura della salute con la domanda di salvezza. Quando ha incontrato Gesù, il paralitico cercava di risanarsi facendosi immergere nella piscina di Betzaetà (Gv 5, 2‒9). L’emorroissa che tocca il mantello di Gesù si era messa in cura da molti medici (Mc 5, 25‒29; Lc 8, 43‒44), pur senza guarire. Domandando a Dio che allontani la malattia da noi e da tutto il popolo mentre, al contempo, ci diamo da fare per evitare il nostro contagio e quello degli altri, offriamo al Signore l’occasione di fare un miracolo, secondo il suo beneplacito: al di là delle nostre forze e di quella della scienza, ma non senza metterle a sua disposizione, perché è Lui che ci ha donato questi talenti perché li facciamo fruttificare (cfr. Mt 25. 14‒30). Riecheggiando una felice espressione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, la situazione in cui ci troviamo è occasione non solo per noi, ma per il manifestarsi del braccio di Dio nella nostra vita e in quella del mondo.

Preghiamo e aiutiamo i nostri fedeli a pregare e a operare, perché il Signore misericordioso consoli chi è nella sofferenza per sé, i propri cari e gli amici; sostenga lo sforzo degli scienziati, dei medici, degli infermieri e di coloro che si prodigano per l’assistenza dei cittadini; e doni saggezza e coraggio ai governanti nel momento delle decisioni più difficili. Come i profeti al tempo dell’esilio di Israele, nel nostro esilio dalle attività e dalle relazioni pubbliche a diretto contatto, teniamo vivace la speranza nel popolo di Dio e domandiamo che ci doni di vedere allontanarsi dal nostro Paese e dal mondo questa epidemia con l’invocazione della Liturgia delle ore: «Signore, vieni presto in mio aiuto».

COMUNICATO DEL PROF. FILIPPO M. BOSCIA A SOSTEGNO DELLA DECISIONE DELLA REGIONE UMBRIA DI SOSPENDERE LE INTERRUZIONI DI GRAVIDANZA IN REGIME DI DAY HOSPITAL

Già poco tempo addietro avevamo manifestato il nostro profondo dissenso contro la richiesta al governo nazionale da parte di alcune associazioni pro-aborto onde favorire ed autorizzare la deospedalizzazione delle procedure per l’interruzione volontaria di gravidanza, sorretta da motivazioni assai opinabili, approfittando della situazione eccezionale creata dalla pandemia da coronavirus.  
Infatti, non corrispondeva al vero chetale condizione emergenziale avesse messo a serio rischio l’effettuazione degli aborti, minacciando così l’impianto stesso della legge 194/78, in quanto le procedure di aborto hanno avuto sempre ed hanno tuttora la priorità assoluta, addirittura bloccando gli interventi chirurgici, pur necessari, che non abbiano le caratteristiche di estrema urgenza.
A nostro parere, proprio la nefasta situazione che stiamo vivendo, avrebbe dovuto porre un freno al malcelato furore abortista, privilegiando piuttosto la difesa della vita, così da curare il ”male d’aborto” e lenire in tal modo la sofferenza e la solitudine che lo circondano. Invece, in detta richiesta si intravede purtroppo il tentativo di ottenere una legge sull’aborto ancor più permissiva!
Piuttosto che pensare ad organizzare una vera e propria “catena di smontaggio” della vita umana al suo esordio, emblematica attuazione pratica e legale della “politica dello scarto”, in un momento tanto grave per perdite irrefrenabili di vite umane, sarebbe stato meglio reiterare la richiesta della piena applicazione delle dinamiche di prevenzione previste dalla legge 194/78 sinora disattese.   
Restano comunque e sempre validi alcuni non sottovalutabili interrogativi:
1. Qual è il peso che può generare nella donna l’elaborazione di quel dramma personale allorché si trova di fronte ad una gravidanza non desiderata?
2. Quale interesse primario deve prevalere, quello di chi è più forte (ossia la madre) su quello di chi è più debole (ossia il concepito)?  
3. Quando sarà, con forza e senza rinvii, ripristinata la difesa della vita ristabilendo piena simmetria tra la madre e l’embrione?
4.  Siamo o non siamo nella condizione di conoscere perfettamente il valore di quel progetto di vita che sta per essere violato e verrà bruscamente interrotto?  
5. Quali sentimenti di sofferenza e di inquietudine possono generarsi quando si è chiamati ad agire sul concepito, un essere umano nel cui codice genetico è già contenuto il suo futuro di persona?
Dobbiamo ammettere senza mezzi termini che quel progetto originario di vita, fondato sull’intima relazione tra madre e concepito, viene irrimediabilmente troncato, infranto con l’interruzione volontaria della gravidanza, indipendentemente dalla tecnica utilizzata, sia essa chirurgica o farmacologica. Quest’ultima tra l’altro si pensa più rapida e meno traumatica, ma non si deve dimenticare che l’aborto farmacologico risulta dieci volte più pericoloso di quello chirurgico, soprattutto per il rischio di emorragia e di infezione.
Ecco perché ci pare opportuna la decisione della Governatrice della Regione Umbria di sospendere le interruzioni di gravidanza in regime di day hospital, non tanto “per un accanimento contro le donne, la loro libertà ed autodeterminazione”, come affermato da chi l’ha contestata, quanto perché “l’argomento richiede la massima attenzione e deve essere affrontato da un punto di vista scientifico e non, come detto, meramente ideologico”, secondo quel che ha precisato la Presidente Tesei nell’annunciare un quesito specifico al Ministro della Salute, Roberto Speranza. Da lui ci aspettiamo una saggia decisione. E’ ora di finirla con l’estrema banalizzazione dell’aborto!
 
Prof. Filippo M. Boscia 

Presidente Nazionale Medici Cattolici Italiani

Presidente Onorario della Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici

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DOCUMENTO AMCI NAZIONALE : “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

     

Carissimo,        

in questo periodo di forzata quarantena, con il nostro amato Cardinale Menichelli, il Consiglio di Presidenza ha elaborato il progetto-programma che ti trasmetto in allegato e che ha per titolo:  “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

E’ una riflessione che potrebbe essere un vero e proprio manifesto dell’AMCI:  partendo dalla verifica delle criticità dell’attuale pandemia, avanziamo delle proposte concrete di servizio per il bene integrale della persona e per azioni di cura, di care e di salvezza (medico ministro della comunione, diacono della consolazione).

Ti esorto quindi a diffonderlo, ma soprattutto, come auspicato da noi e dal Cardinale, desideriamo che sia tu stesso  a condividerlo con l’amato Vescovo, ordinario della tua Diocesi, perché venga da lui valutata secondo le esigenze pastorali locali. Sono certo che i medici cattolici potranno continuare a ben operare nei luoghi della sofferenza e ci auguriamo che questo documento venga esteso anche ai medici di prossimità e  a tutti i colleghi che, mandati a mani nude e senza protezioni nel difficile compito dell’assistenza, sono rimasti ustionati da questa difficile situazione da Covid, che tra l’altro ha visto il sacrificio di circa 150 colleghi e di 7 specializzandi.

Le auspicate scuole di prossimità costituiranno una straordinaria opportunità di rinnovamento della nostra associazione. Restiamo in attesa di conoscere tutti gli elementi della vostra operosità diocesana. Un affettuoso e sentito augurio di bene a voi e alle vostre famiglie, alle quale desideriamo estendere il nostro grazie!     


        Il Presidente Nazionale

      Filippo Boscia
                                                 

"Chi ammettere alle cure? Chi curare per primo? Il triage estremo in corso di disastro pandemico: una riflessione bioetica." - di Giuseppe Battimelli

RIASSUNTO
La pandemia del 2020 da coronavirus emergente, SARS-CoV-2, la cui malattia è un’infezione del tratto respiratorio (COronaVIrusDisease-19) ha determinato una grave emergenza sanitaria assimilabile alla “medicina delle catastrofi” soprattutto per i pazienti che richiedevano il ricovero in un’unità di terapia intensiva, ponendo interrogativi e gravi dilemmi alla coscienza del medico e dell’operatore sanitario.

L’A. riflette su alcune problematiche bioetiche inerenti i criteri di ammissione/esclusione a terapie salvavita quando i mezzi e le apparecchiature tecnologiche disponibili diventano repentinamente esigue nella urgenza per eccesso di richieste di prestazione/utilizzo e/o contemporaneità di accesso alle stesse, anche esaminando due importanti documenti sull’argomento della Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) e del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB). L’A., ammette al pari di altri, che il criterio più adeguato è quello clinico mentre il fattore età in sé non è un criterio da riconoscere acriticamente a priori o che determina pregiudizio alla terapia e ancor più se da ciò ne deriva un giudizio di valore sul paziente anziano, ma può rientrare in una valutazione clinica complessiva

NB: in allegato abbiamo pubblicato l'articolo completo scaricabile ed un  precedente articolo sul Covid a cura dello stesso Battimelli

 


IL VIVERE E IL MORIRE di G. Battimelli

Certamente la pandemia da coronavirus emergente, SARS-CoV-2, la cui malattia è un'infezione del tratto respiratorio (COronaVIrusDisease-19), ha sconvolto la nostra vita quotidiana e se le mascherine, insieme ai guanti e al distanziamento sociale sono diventati gli elementi necessari della nostra vita di relazione, i dispositivi di protezione individuale (dpi) - occhiali, visiere, semimaschere, indumenti di protezione, ecc. - sono i requisiti di sicurezza indispensabili a protezione per i medici e gli operatori sanitari, soprattutto per quelli coinvolti negli ospedali e ancor più nelle terapie intensive, particolarmente esposti al rischio di contrarre il virus.


A causa del diffondersi dell’epidemia, questo distanziarsi dal malato per i medici risulta una condizione, ancorchè inderogabile, vieppiù limitativa della prassi dell’arte medica, che già da tempo soffre di un progressivo processo di spersonalizzazione, reso ora più acuto in questa dimensione emergenziale di interazione tra medico e paziente.
E se in tempi ordinari, l’esame clinico del paziente della vecchia semeiotica, seppure come detto ormai divenuto esiguo, rimaneva un cardine e che la capacità diagnostica-terapeutica del medico prevedeva un contatto umano anche attraverso i sensi, in tempi di elevata contagiosità infettiva vengono imposti metodi e strumenti di interazione a distanza, come visite e consulenze telefoniche, consulti in telemedicina, triage da remoto, accesso a piattaforme computerizzate, ecc.


Ma in questa breve riflessione, desideriamo sottolineare che in queste contingenze che viviamo, il dialogo ravvicinato del medico con il paziente avviene ormai spesso e talvolta soltanto attraverso gli occhi, sovente stanchi, affaticati, arrossati, interrogativi ma sempre limpidi per combattere il male e per dare coraggio, sostegno, incoraggiamento.


La storia del medico di frequente s’intreccia con quella dell’altro, magari persona sconosciuta, che aggravatosi arriva in urgenza in terapia intensiva e lo sguardo di entrambi può diventare drammatico, in quell’ultimo sguardo, quando la malattia sembra prendere il sopravvento.


La relazione s’instaura ora attraverso gli occhi in questa terribile e subdola patologia e tante volte vince la vita sulla morte e ci piace indagare su quello sguardo che dona salvezza.


C’è un guardare che non è più un semplice vedere, un osservare che non è solo indagare, ma foriero di gesti di professionalità e di umanità, soprattutto quando l’orizzonte della vita sembra restringersi sempre più.


Da uno sguardo nasce sempre un incontro: del medico con l’ammalato o meglio di un uomo con un altro uomo sofferente; in uno sguardo c’è la compassione, la partecipazione, la speranza e forse anche la terapia, perchè negli occhi c’è lo sporgere dell’intimo dell’uomo, la sua vera identità, la sua essenza, la sua anima, il luogo in cui Dio è presente.

E ci piace pensare che nello sguardo del medico si celi la benevolenza di Dio che davanti al malato “lo veglierà e lo farà vivere” (Salmo 41,2), perche Egli, “il Signore ha veduta la sua afflizione” (Genesi 29,32) e sempre “lo sosterrà sul letto del dolore” (Salmo 41,3).

Articolo pubblicato su FERMENTO - Mensile dell’Arcidiocesi di Amalfi Cava de’ Tirreni
Anno XXVII n.4 – Maggio 2020