CITTA' DEL VATICANO : " Decreto della Penitenzieria Apostolica circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia! " con la relativa NOTA

PUBBLICHIAMO IL TESTO COMPLETO DEL DECRETO DELLA PENITENZIERIA APOSTOLICA ED ALLEGHIAMO IL DOCUMENTO UFFICIALE  CON LA RELATIVA NOTA E SCARICABILI DAL SITO E PER IL QUALE L'AMCI DEVOTAMENTE  RINGRAZIA IL SANTO PADRE.


Decreto della Penitenzieria Apostolica circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia, 20.03.2020

 

 

 

PENITENZIERIA APOSTOLICA

DECRETO

Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.

«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Le parole scritte da San Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità.

Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.

La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da San Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).

Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus.

Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.

Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.

Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.

Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.

La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cf. Enchiridion indulgentiarum, n.12).

La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.

Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.

Mauro Card. Piacenza

Penitenziere Maggiore

Krzysztof Nykiel

Reggente

[00378-IT.01] [Testo originale: Italiano]

COMUNICATO STAMPA AMCI /FEAMC

Nella cogente preoccupazione di queste ore difficili i Medici Cattolici aderenti all’AMCI e tutti i Medici delle Associazioni Nazionali aderenti alla Federazione Europea, desiderano stringersi intorno a Papa Francesco, Pastore universale, e a tutti i Vescovi e insieme a loro volgere un particolare, competente e misericordioso sguardo alla sofferenza e al religioso accompagnamento spirituale delle fragilità.

La necessità di ottemperare ai piani di prevenzione antivirale e gli eventi di assistenza, in precisa risposta a questa emergenza, hanno offuscato i linguaggi, i simboli, i messaggi e i paradigmi della vita. Ma noi Medici Cattolici desideriamo sottolineare la nostra disponibilità ad ogni intervento, la nostra vicinanza ai pazienti, agli uomini, alle donne e ai bambini, che sono soggetti storici viventi nel tempo e nello spazio e giammai oggetti di cura.

L’AMCI e la FEAMC desiderano ringraziare le Istituzioni nazionali, sovranazionali e le Autorità tutte, ma soprattutto rivolgere il proprio grato apprezzamento a tutti i medici, agli infermieri e agli operatori sanitari tutti che, nel drammatico frangente della pandemia da coronavirus, stanno ri-sottolineando l’etica ippocratica, riscoprendo vocazione, vicinanza, sollecitudine al letto del malato e riscoprendo che la questione non è solo etica e deontologica, ma trova anche ancoraggio e sostegno nella fede religiosa.

Di fatto gli operatori sanitari tutti, riscoprendo l’ethos ippocratico e animando con competenza la ricerca scientifica, la sperimentazione e l’assistenza, hanno l’esigenza di difendere da ogni strumentalizzazione ideologica le importanti fasi della loro operatività.

Intensamente impegnati nell’assistenza e nella prevenzione, tutti non dimenticano mai di illuminare questo buio momento con la luce dell’amore, rafforzando la loro precipua identità in difesa della vita.

Operatori sanitari, medici, infermieri, universitari, ospedalieri, territoriali, di famiglia, specialisti e non, di fatto in ogni momento mostrano che il loro DNA è integralmente fuso con gli elementi valoriali contenuti nella loro tradizione culturale, che da sempre impronta l’esercizio della professione alla esclusiva tutela e difesa della vita umana e dell’ambiente, così come disposto dall’insegnamento del Medico dell’isola di Coo (Kos).

Ogni prospettiva ideologica, posta a disposizione della difesa intransigente della vita e del recupero della salute di ciascuna persona ammalata, appare inconciliabile in netta divergenza rispetto a ventilate ipotesi di selezione di pazienti destinati a terapie rianimatorie, da taluni prospettate in relazione alla limitata disponibilità di posti letto e di conseguenti attrezzature. Noi auspichiamo che mai venga a ricorrere la necessità di dover selezionare chi curare e chi no, pur comprendendone la concreta possibilità in mancanza di devices respiratori e di eventi catastrofali straordinari.

Tutti, proprio tutti, sono proiettati nell’intransigente difesa della vita volta al recupero della salute di ciascuna persona malata.

I Medici Cattolici e gli altri Operatori Sanitari che professano la fede cattolica, sulla base di patrimonio culturale intangibile, nonché di principi evangelici, respingono con assoluto vigore la sopra prospettata eventualità predeterminata di discriminazione, selezione o scelte di pazienti in carenza di posti letto.

Intendono ribadire la loro indefessa volontà di garantire a tutti i pazienti le necessarie cure anche a costo di intensificare ulteriormente i già intensi sacrifici, moltiplicando i propri sforzi.

L’AMCI e la FEAMC confermano, altresì, la propria iniziativa diretta a diffondere, nell’ambito delle professioni sanitarie, il profilo vocazionale che appare costituire il pilastro ed il fondamento di una condotta professionale concretamente indirizzata a prestare un servizio agli uomini, proprio nelle vicende che ne manifestano la fragilità.   

Non possiamo non apprezzare i tanti gesti di umanità che i medici stanno compiendo in questo momento. Tra questi ci ha molto commosso la testimonianza della collega Cortellaro, primario del P.S. all’Ospedale “San Carlo Borromeo” di Milano, che ha consentito, attraverso il suo telefono in videochiamata, a più pazienti Covid-19, di rivolgere il pietoso ultimo saluto a congiunti, purtroppo distanti per disposte ragioni di sicurezza. Brava! Con commovente sollecitudine è riuscita ad umanizzare la morte.

Forse assieme a tecnologie avanzate, qualche mini iPad, abilitato alla videochiamata, potrebbe essere utile dotazione al letto del malato per favorire l’umanizzazione della sofferenza e del morire.

I medici nelle contingenti emergenze, desiderano continuare a “metterci la faccia!” Attraverso il loro volto potrà esprimersi la naturalezza e la profondità dei propri sentimenti.

Riconosciamo a tutti medici il merito di aver recuperato in cosi aspre circostanze quell’integrità valoriale che ha sempre fatto parte della loro missione e che oggi, pur nella loro fragilità, consente loro di affrontare al meglio le frontiere delle disuguaglianze e di essere attori di una rinnovata giustizia sociale, mai dimentica del rispetto a tutti dovuto.

 

     Filippo M. Boscia                                                                 Vincenzo Defilippis

      Presidente AMCI                                                                 Presidente FEAMC

 

Attachments:
Download this file (COMUNICATO Amci Feamc (1) (1).doc)COMUNICATO Amci Feamc (1) (1).doc[ ]226 Kb

DON ROBERTO COLOMBO : La forza della scienza e la forza della fede ! e "La virtù ed il Covid19"

La forza della scienza e la forza della fede

di Roberto Colombo

docente alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano e membro della Pontificia Accademia per la Vita.

 La malattia che si sta diffondendo nel nostro Paese e in altre parti del mondo è indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità con l’acronimo Covid-19 (“malattia da coronavirus 2019”). Chi la provoca è un agente patogeno esterno all’uomo e appartenente alla famiglia dei coronavirus. Entrando in contatto con il nostro corpo, questo virus lo infetta e può indurre disturbi lievi o gravi, le cui conseguenze possono portare, in alcuni casi, anche alla morte. La realtà – lo sappiamo – è questa.

La causa di questa malattia non è un mistero, ma essa interpella il mistero della nostra vita: la sua origine e il suo destino, che non dipendono ultimamente da noi, ma sono nelle mani di un Altro. Anche questa è la realtà: oltre la fisicità della malattia, la sua meta-fisicità. La malattia, come la nascita, la salute e la morte, ha una propria trascendenza. È religiosa la malattia, perché potentemente provoca (secondo l’etimo, “chiama fuori”, mette allo scoperto) il senso religioso dell’uomo: le domande più radicali, ineludibili della vita, si infiammano quando ne sentiamo e temiamo la precarietà. Per questo, la malattia che colpisce un uomo o una donna (e, ancor più, la malattia che è comune a molti e può essere di tutti: l’epidemia) chiede di essere affrontata religiosamente. Da credenti e da non credenti. Di fronte al dolore nella carne umana, non si può sfuggire dalla grande domanda che noi stessi siamo: «Factus eram ipse mihi magna quaestio» (“sono diventato un grande mistero per me”, Sant’Agostino, Confessioni IV, 4, 9). Nessuna urgenza o emergenza può mettere tra parentesi questa evidenza originale che non ci abbandona – anzi, ci incalza ancor più – quando davanti ai nostri occhi si palesa e c’impaura la malattia, la sofferenza e la morte.

Il nuovo coronavirus è noto agli scienziati da pochi mesi e anche gli effetti della sua infezione – il quadro clinico della Covid-19 – i medici li stanno conoscendo mentre è ancora in corso l’epidemia. Ma la scoperta della natura microscopica degli agenti infettivi e il loro rapporto con la comparsa delle malattie contagiose attraverso l’ambiente di vita è stata possibile grazie alle ricerche scientifiche compiute circa 150 anni fa da Louis Pasteur. Monsieur Pasteur fu un grande cattolico, di fede robusta, e un grande scienziato francese, di intelligenza lucida. «Un peu de science éloigne de Dieu, beaucoup de science y ramène» (“Poca scienza allontana da Dio, molta scienza riconduce a lui”), era la sintesi della sua esperienza del rapporto tra scienza e fede.

La “fede nella scienza” – che tanto caratterizza l’uomo dei nostri giorni – arriva ad oscurare la dimensione trascendente della vita quando ci fermiamo alle briciole del sapere sulla natura vivente, sulla salute e sulla malattia, quando restiamo alla superficie della vita. Dischiude invece la “scienza della fede”, la prospettiva di Dio, creatore e amante della vita, se ci addentriamo in una conoscenza più profonda della realtà della vita, in tutte le sue dimensioni e secondo tutti i suoi fattori costitutivi. Dimensioni e fattori che non escludono, ma postulano la Presenza provvidente, quella del Mistero buono che tutto ha creato, tutto sostiene e tutto, ultimamente, conduce al bene. Anche il male della malattia, della sofferenza e della morte non è un “male assoluto”, in cui Dio è assente. Se Dio è Dio, «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28), anche qui è presente e provvidente. La fede mette le ali della speranza buona alla scienza, gettando lo sguardo oltre gli ostacoli quotidiani, e la scienza consente alla fede di camminare sulla terra senza inciampare negli scogli, cadere e farci del male nelle difficoltà di ogni giorno.

Quando passiamo dalla conoscenza della realtà della vita fisiologica e patologica ad affrontare le questioni pratiche della salute e della malattia, di come promuovere la prima e difenderci dalla seconda – in modo particolare quando un’epidemia minaccia le nostre comunità, il nostro Paese e il mondo – la tentazione di rompere il filo della ragione e del realismo che unisce la scienza e la fede si fa più incalzante. Ed è qui che occorre riscoprire la forza della scienza e annunciare la forza della fede.

Queste due forze asimmetriche hanno il loro centro di gravità in Dio. Egli ha creato la realtà fisica e spirituale dell’uomo, lo ha dotato dell’intelligenza e dell’amore di tutte e due le dimensioni della realtà attraverso l’esercizio della ragione e dell’affezione, e lo ha redento, strappandolo dal potere del male e della morte. Per questo, scienza e fede non si escludono e non si oppongono, né teoricamente né praticamente: si compongono, si “pongono insieme” al servizio dell’uomo e della società, della vita ecclesiale e di quella politica, dei credenti e dei non credenti.

La frattura dell’unità di scienza e fede porta ad isolare la scienza dalla fede e la fede dalla scienza, e talvolta anche ad elidere una o l’altra. Nel primo caso, anche il credente arriva, sotto la pressione emotiva e sociale di un’emergenza come quella dell’epidemia virale, a riporre la fiducia e la speranza di una via d’uscita, di un punto di fuga, esclusivamente nelle capacità scientifiche, cliniche, tecnologiche e organizzative messe in campo dall’uomo per fronteggiarla. Lo spazio della preghiera e dell’affidamento a Dio, e il riconoscimento della sua azione provvidente nella vita personale, familiare e sociale si rimpicciolisce sempre di più fino a passare in secondo piano, quasi dissolvendosi. Non si nega l’esistenza di Dio, ma è come se non ci fosse e tutto dipendesse da noi. Basta seguire le indicazioni fornite dalle autorità competenti e la coscienza s’acquieta.

Nell’altro caso, quando viene censurata la scienza in nome di una pretesa “purezza” e “durezza” della fede, ci si rifugia esclusivamente nella preghiera e si invoca la Provvidenza incuranti della necessità di offrire noi ad essa le opportunità di manifestarsi dentro alle pieghe della vita individuale, ecclesiale e sociale. Ci dimentichiamo di mettere nelle mani di Dio la nostra libertà impegnata, le nostre responsabilità civili, il nostro ingegno e la creatività di cui siamo capaci, e le iniziative di solidarietà e collaborazione per fronteggiare attivamente il pericolo rappresentato dal diffondersi dell’epidemia in corso. Non si nega la realtà del contagio virale, ma è come se tutto dipendesse solo da un Altro, che fa tutto da solo e non ci chiama a collaborare con Lui per contrastare efficacemente questo male. Anche le misure di contenimento proporzionate al rischio incombente, proposte da chi ne ha titolo ecclesiale, appaiono così inaccettabili o meramente asservite alle richieste dell’autorità civile.

Di fronte alla malattia, anche quella inguaribile e mortale, la Chiesa – fedele all’azione e alle parole di Gesù (cfr. i racconti delle guarigioni miracolose nei Vangeli) – ha sempre tenuto unita la cura della salute con la domanda di salvezza. Quando ha incontrato Gesù, il paralitico cercava di risanarsi facendosi immergere nella piscina di Betzaetà (Gv 5, 2‒9). L’emorroissa che tocca il mantello di Gesù si era messa in cura da molti medici (Mc 5, 25‒29; Lc 8, 43‒44), pur senza guarire. Domandando a Dio che allontani la malattia da noi e da tutto il popolo mentre, al contempo, ci diamo da fare per evitare il nostro contagio e quello degli altri, offriamo al Signore l’occasione di fare un miracolo, secondo il suo beneplacito: al di là delle nostre forze e di quella della scienza, ma non senza metterle a sua disposizione, perché è Lui che ci ha donato questi talenti perché li facciamo fruttificare (cfr. Mt 25. 14‒30). Riecheggiando una felice espressione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, la situazione in cui ci troviamo è occasione non solo per noi, ma per il manifestarsi del braccio di Dio nella nostra vita e in quella del mondo.

Preghiamo e aiutiamo i nostri fedeli a pregare e a operare, perché il Signore misericordioso consoli chi è nella sofferenza per sé, i propri cari e gli amici; sostenga lo sforzo degli scienziati, dei medici, degli infermieri e di coloro che si prodigano per l’assistenza dei cittadini; e doni saggezza e coraggio ai governanti nel momento delle decisioni più difficili. Come i profeti al tempo dell’esilio di Israele, nel nostro esilio dalle attività e dalle relazioni pubbliche a diretto contatto, teniamo vivace la speranza nel popolo di Dio e domandiamo che ci doni di vedere allontanarsi dal nostro Paese e dal mondo questa epidemia con l’invocazione della Liturgia delle ore: «Signore, vieni presto in mio aiuto».

BOSCIA : “MESSAGGIO PER LA QUARESIMA E LA PASQUA AL TEMPO DEL COVID-19”

Viviamo questo periodo di Quaresima in strana coincidenza con un particolare “travaglio epocale”, quale quello del timore devastante degli effetti della virosi da COVID-19 e delle restrizioni disposte a cautela.

In un momento in cui la paura, il terrore e il panico possono cogliere tutti noi abbiamo proprio bisogno di ancoraggi per non perderci noi stessi: ancoraggi da vari punti di vista, clinici, sociali, psicologici, pedagogici, di fede e carità.

Non tutti conosciamo la materia, non tutti siamo in grado di fornire consigli e accorgimenti per proteggere noi stessi e gli altri in modo adeguato.  Abbiamo il dovere di segnalare la presenza di un pericolo, ma urge far appello alla ragione e forse anche ricordare la fragilità della medicina, che comunque ha necessità di essere sostenuta dalla consapevolezza di tutti i cittadini e anche degli operatori sanitari.

Messaggi mediatici, così fortemente allarmistici, diventano essi stessi virali se non sono dettati dalla massima consapevolezza possibile.

Molte persone e molti medici possono sentirsi travolti dal clima negativo, forse schiacciati dalle notizie ansiogene che ogni giorno si affollano sui media, ma anche su loro stessi medici, ormai diventati parafulmini di un fenomeno di paura di massa e di panico generalizzato.

Io vorrei da presidente dei medici cattolici italiani sostenere la resilienza degli operatori sanitari e dei medici in particolare:

Cari colleghi, non dovete ne potete permettervi di sentirvi coinvolti dal clima negativo, né schiacciati dalle notizie ansiogene che si affollano nella vostra mente, o per le descrizioni apocalittiche di alcuni operatori sanitari “al fronte”, diventati improvvisamente protagonisti ed opinionisti. Occorre prudenza, occorrono anche doti di umiltà.

Queste notizie indeboliscono le vostre risorse interiori, non consentono di rapportare la percezione del rischio in quell’argine, forse ancora instabile  ma già opportunamente creato. Riportare il fenomeno di paura di massa nell’alveo di una corretta gestione dell’epidemia è un dovere! Perché la paura o la percezione di impotenza può impedirvi di avvalervi di risorse interiori o di quella resilienza che è la sola a permettervi di resistere alle negatività.

Non facciamoci travolgere dalle percezioni e dalle paure di non farcela. Urge far appello alla ragione e alle responsabilità, e con l’aiuto del Signore dobbiamo lasciar spazio alla speranza. Questa speranza va trasmessa ai nostri assistiti ed ognuno di noi deve lavorare al massimo delle sue forze per non abbandonare nessuno dei nostri assistiti al caso, ma soprattutto  per ottimizzare in modo razionale  le risorse che ci sono date.

Noi cristiani abbiamo il grande compito di trasmettere la presenza di Dio.

In ognuno di noi Dio è presente: sentirsi nelle mani di Dio è come sentirsi con Dio in ogni momento, cullati e confortati. Il Santo Moscati ci ha rivelato “Ogni minuto è di Dio e ogni minuto è colmo”. “Siamo, viviamo e ci muoviamo per il Signore Dio nostro” dice S. Paolo nel discorso all’Areopago di Atene (Att 17, 28).

Noi dobbiamo sentire la Sua consolazione in ogni momento! Ma sentire e pensare significa pregare.

Vorrei con voi fare qualche riflessione e contestualizzarla, proprio in questi giorni di costrizione, di prudenza, di riservatezza, di isolamento.

Viviamo in questi giorni di Quaresima la vicenda drammatica della passione, e quasi contemporaneamente siamo richiamati ad agire e a riflettere sul coronavirus, ponendoci in penitenza, in purificazione, in isolamento.

La scienza medica parla di quarantena, quasi oggi a volerci rimarcare quel particolare periodo dei 40 giorni vissuti da Gesù nel deserto e nella solitudine, prima di entrare nella sua vita pubblica, nella vita della predicazione, dell’insegnamento e poi nella vita dell’espiazione e del sacrificio.

Possiamo meditare sui tanti nostri 40 giorni, ricordarci i lunghi e solitari giorni della passione, della passione della nostra vita, di solitudine e macerazione, di tristezza e di silenziose paure. Possiamo farlo in un colloquio infinito e sublime nel quale aleggino i superiori sentimenti di fede e carità per cercare di spingere il nostro sguardo in quelle “invisibili cose di Dio” di cui ci parla Luca, quando su sentieri aspri e travagliati, parla di luce, di grazia e di speranza in noi e nelle nostre famiglie.

Occorre ripensare il nostro sistema di vita, fatto di contrapposizioni ideologiche, di volontà, di supremazia e di dominio, di azioni inconsulte, di litigi e di aspri contrasti che sgorgano solo ed esclusivamente dal nostro impeto alla ricerca esclusiva di condizioni e di esperienze conformi con i nostri ideali di benessere individuale, economico, finanziario, collettivo! Occorre frenare quelle autoreferenzialità spinte che costantemente ci disallineano da opportune linee guida e da tutte quelle disposizioni e consigli disposti per il bene collettivo.

Proprio ora in periodi di epidemie, di crisi economiche e di molto altro ancora, occorre ripensare a tutte le ingiustizie sociali, tanto spesso anche da noi create, a tutti i nostri egoismi, alla nostra corsa alla ricerca di modelli nuovi, costruiti dalle nuove filosofie “performanti”, dal capitalismo che tutto riduce a merce, a scarti, a denaro, ad accumulo di ricchezze effimere, ma anche a tutti quegli eventi che hanno comportato default  bancario e  risparmio tradito.

Smettiamola di inseguire il male, soffocando tra l’altro la speranza dei fragili, dei migranti, dei perseguitati, delle vittime di una giustizia tanto spesso ingiusta.

In questo clima di fragilità e di inquietudini sociali spuntano documenti ideologici, carichi di agghiaccianti direttive su chi accogliere e su chi respingere, su chi curare e su chi non curare (Documento della SIAARTI ai medici).

A quanto pare il diritto di vita dell’anziano passa in secondo ordine rispetto al diritto di dignità di ciascuna vita.

Qualcuno freddamente dice che queste indicazioni sono improntate al realismo, freddamente dice:  “C’è poco da fare”, “Non li potremo salvare tutti!” “Siamo impreparati!”  “La colpa è di…”

Spuntano nel linguaggio comune i “morti morti” e i “morti ma…”

I “morti ma…” sono gli anziani  e si considerano anziane le persone oltre i 60 anni: E’ morto.. ma aveva 70 anni...ma aveva il diabete…ma aveva un handicap. E’ vero che statisticamente l’anziano ha più possibilità di andarsene di un non anziano… ma assolutamente non sino al punto di giustificare quel “ma”.

Quel “ma” vuol dire che qualcuno è meglio di un altro e che bisogna avere preferenza per uno più giovane di te che sei anziano e che, avendo superato i 60 anni, la vita l’hai fatta .

Il Covid-19 ha forse sancito che gli anziani semplicemente “non sono?” E ciò senza nemmeno il decoro di non dirlo? Magari si poteva descrivere l’evento dicendo è morto un signore di tot anni…

E’ il “ma” a turbare, è come se gli si gettasse in faccia la condanna: Non hai il diritto di farcela, anzi, visto che ci siamo, hai proprio il dovere di toglierti di mezzo con precedenza assoluta. Tu sei un “ma” … e via: vai negli scarti!

Forse è giunto il momento per richiamare tutti a vivere, “senza se e senza ma”,   i valori della sapienza, della fede e della carità.

Allora questo è proprio il momento propizio! Attiviamoci tutti!

E’ il momento del riconoscimento del “mistero della tomba vuota”, il mistero della Pasqua di Resurrezione, che riepiloga tutti i misteri e ci proietta verso la verità che spesso non riusciamo facilmente a riconoscere.

Cerchiamo la vicinanza continua del Signore, cerchiamo di rigenerarci nella Sua luce, preghiamo per chi non c’è più, per le vittime del contagio, spendiamoci e preghiamo per gli ammalati, per i sofferenti, per le loro famiglie: a loro rivolgo un particolare pensiero di affetto e solidarietà umana e cristiana. Intensa preghiera rivolgo per tutte le vittime. A quanti nella società civile e nelle strutture sanitarie sono in prima linea al servizio della sofferenza e soprattutto della speranza, rivolgo un incoraggiamento ad essere testimoni di misericordia, forti nella fede  e nel loro impegno di carità.

Cerchiamo la presenza di Dio nel mondo per non cadere nel buio che si fa reale nell’ora del pericolo: quando la luce si attenua e non è più molto chiara là compaiono le nostre cadute, là siamo incapaci di riconoscere le pietre di inciampo, là ci ritroviamo con le nostre fratture e i nostri dolori.

Tra breve sarà annunziato il Cristo Risorto!  Cerchiamo di trovare nella palude delle cose empiriche, nella disgrazia, nel dolore e nella paura le vie della speranza, cerchiamo di rafforzare in noi le energie e il coraggio per dare letizia alla vita.

 

 

Cerchiamo di prepararci alla grande vittoria, di uscire dal baratro e di conformarci all’annuncio della grande misericordia! Cerchiamo anche di inseguire quel pianto liberatorio che ci consenta di amare tutti con pienezza e speranza e al contempo vivere nel gaudio e in letizia fortificati dalla resurrezione.

A tutti desidero augurare una serena Santa Pasqua, da vivere, in pienezza di gioia, con le vostre famiglie.   

 

 

Roma, 10 Marzo 2020

                                                                  Prof. Filippo M. Boscia

                                                              Presidente Nazionale AMCI

 

Attachments:
Download this file (BOSCIA  PER QUARESIMA.doc)BOSCIA PER QUARESIMA.doc[ ]220 Kb